Oggi vi parlo di un architetto che lasciò il segno sotto tanti punti di vista.

Perugino di nascita, romano d’adozione, meglio noto come colui che costruì “Il Palazzaccio” ovvero Palazzo di Giustizia a Roma. Una delle maggiori opere di costruzione dopo la proclamazione di Roma come Capitale, venne costruito però su un terreno alluvionale che richiese non pochi lavori per sostenere le fondazioni. Il progetto originale che aveva vinto il concorso prevedeva un terzo piano a tutta pianta, sotto il più ristretto volume finale di coronamento. Ma la scarsa resistenza del terreno, come già abbiamo detto, convinse il Calderini a rinunciarvi e ad accettare a malincuore la mutazione radicale delle proporzioni dell’edificio. Edificio che venne completato dopo più di vent’anni. Calderini si sentì uno sconfitto. Dopo l’inaugurazione caddero sull’opera, e sul suo autore, critiche tecniche e soprattutto estetiche assai pesanti, fra le quali rimase famosa quella di Lionello Venturi: “Il palazzo di giustizia del Calderini è una massa di travertino in preda al tetano”.

Di risposta Calderini scrisse: “Date le attuali condizioni della società è necessario ricondurre l’arte all’antico splendore con concetti del tutto moderni e spogliati affatto dall’idea della sterile imitazione, far rivivere i grandi antichi maestri”. Ed anche: “Io volli… rendere purgato e classico quello stile di cui furono creatori il Bernini, il Fontana, e volli carpire a questi grandi il segreto dell’impronta e la forza del chiaro-scuro, contenendo però l’accento decorativo di quei tempi in modo da riportarne i particolari in quella compostezza di forme che fu il vanto e il pregio dell’età di un secolo innanzi. Vagheggiai, insomma, le cose dell’Alessi, del Sanmicheli, dell’Ammannati…, e forme palladiane”

Le esacerbanti critiche ricevute dal progettista perugino però, contribuirono a diffondere la leggenda metropolitana secondo la quale alla fine, nel 1916 quasi ottuagenario, si sarebbe suicidato. Le cronache dell’epoca, invece, non hanno mai fatto cenno a tale avvenimento.

Ma ripercorriamo la sua vita: nacque a Perugia il 3 marzo 1837, fu docente di architettura presso l’Accademia di belle arti “Pietro Vannucci” di Perugia dal 1868 al 1882, poi negli atenei di Pisa e di Roma e presso la Scuola di applicazione per ingegneri in Roma. Sempre a Roma costruì il quadriportico antistante la basilica di San Paolo fuori le mura, ricostruita dopo l’incendio del 1823. Tra le altre sue opere sono da ricordare la facciata del duomo di Savona e il Palazzo comunale di Messina. A Città di Castello Calderini progettò l’edificio delle Terme di Fontecchio.

Ma se ancora oggi rimane famoso soprattutto per il Palazzo di Giustizia di Roma, almeno noi perugini non dovremmo ignorare i maestosi palazzi costruiti nel centro storico; partiamo da Palazzo Cesaroni che si trova in piazza Italia, oggi sede del Consiglio regionale dell’Umbria, è stato costruito dal Calderini in stile neoclassico su modello dei palazzi romani cinquecenteschi. Di notevole pregio al suo interno è il ciclo di affreschi realizzato da Domenico Bruschi e Annibale Brugnoli denominato La danza delle ore. Il palazzo non venne mai abitato dal suo proprietario e nel corso degli anni venne destinato a diversi usi.

Una delle sue sale ospitò dapprima i nuovi Uffici delle Regie Poste mentre il resto del palazzo divenne un lussuoso albergo con il nome di Palace Hotel.

Nel 1925 il palazzo fu acquistato dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA). Al posto del Palace Hotel s’insediarono all’interno dell’edificio la Camera di Commercio e l’Accademia dei Filedoni (un’associazione culturale che rimase in queste mura sino a tutti gli anni ’60) ed infine l’Agenzia generale dell’INA e di Assitalia (compagnie d’assicurazione). L’ultimo piano e la torretta, intorno agli anni 50 del ‘900, fu la residenza dei coniugi Brajo Fuso ed Elisabetta Rampielli, qui i coniugi erano soliti accogliere nel loro salotto letterario: Argan, Guttuso, Burri, Dottori, Moravia, Ungaretti, Zavattini ecc. Agli inizi degli anni ’70 il palazzo versava in cattive condizioni, al punto che il Consiglio Regionale dell’Umbria chiese all’INA di poter acquisire il palazzo per stabilirvi il proprio quartier generale.

Altra bellezza architettonica è Palazzo Bianchi, edificato, per volere dell’avvocato Alessandro Bianchi, tra il 1873 ed il 1876 e oggi tornato a splendere dopo un recente restaurato, lo si può ammirare in Piazza Morlacchi di fronte all’omonimo Teatro Stabile dell’Umbria.

Sempre a Perugia, altra imponente opera architettonica è il palazzo che porta il nome del suo architetto ovvero Palazzo Calderini che è stato costruito sul sito della demolita Rocca Paolina.

Nel 1880, l’architetto elaborò un progetto per il completamento delle facciate del duomo di Perugia. Elaborando elementi preesistenti ed eliminandone altri che disturbavano la sua idea, improntata ad una purezza stilistica e al senso neoclassico della simmetria, colse nel segno con un progetto uniforme e del tutto consono alla natura strutturale dell’edificio. Il progetto fu presentato all’arcivescovo di Perugia, monsignor Federico Foschi, che lo inviò a Camillo Boito; ma nonostante la raccomandazione di Foschi all’amministrazione pontificia, esso fu abbandonato. Il clero allora pensò di ricompensare Calderini affidandogli il progetto di restauro della Chiesa di San Costanzo (Perugia) che realizzò in stile neoromanico, utilizzando per il rivestimento esterno, la pietra calcarea rosa di Assisi, tipica di gran parte delle chiese umbre. 

Fu insignito di medaglia d’oro all’esposizione di Vienna del 1867, premiato all’esposizione di Torino del 1880, ottenne il diploma d’onore all’esposizione di Parigi del 1900 e la medaglia d’oro al Salon dello stesso anno. Vinse per tre successivi trienni il premio istituito da Luigi Poletti all’Accademia di S. Luca per il migliore studio critico d’arte.

 

Le Corbusier afferma che “L’architettura è il gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raggruppati sotto la luce” e di luce nella mente creativa e costruttrice del Calderini, ritengo ne sia entrata molta.