Chi vive a Perugia conosce molto bene il nome Francesco Morlacchi, diventato per la città sinonimo di serate in allegria nel centro storico, spettacoli teatrali di rilievo e istruzione musicale di alto livello.

Ma chi era Francesco Morlacchi? Perché la città di Perugia gli deve così tanto dal punto di vista artistico, musicale e culturale tanto da dedicargli strade, piazze, palazzi e scuole? Seguiamone le tracce per comprendere attraverso i luoghi le sfaccettature umbre e perugine di questo compositore.

Chi era Francesco Morlacchi?

Francesco Morlacchi fu un compositore perugino vissuto fra ‘700 ed ‘800, molto noto in Europa, soprattutto nella città di Dresda e nei maggiori teatri lirici di tutta Italia.

Fu l’ultimo maestro di cappella di origini italiane mai assunto in Germania e passò alla storia soprattutto per le proprie composizioni operistiche.

Nacque a Perugia nel 1784, da Alessandro e Virginia Terenzi, cognome di origini dalmate, in una famiglia sensibilissima al fascino dell’arte e alla musica. Alessandro Terenzi in particolare era lo scrivano del Conte Baglioni e violinista abbastanza noto nella Cattedrale di San Lorenzo e in alcuni teatri cittadini.

Fu proprio il padre di Francesco a trasmettergli i primi rudimenti musicali. Probabilmente però, resosi conto del talento del bambino e delle sue potenzialità, decise di affidarlo agli insegnamenti e alle cure di Giovanni Mazzetti (il prozio materno, organista anche lui nella Cattedrale di Perugia) e poi a quelle di Luigi Caruso, maestro di cappella nel Duomo di San Lorenzo dal 1788.

Ma perché il ragazzo studiò musica in questo contesto? Ad un primo sguardo sembra ruotare totalmente attorno alla musica sacra, cioè quella prodotta per la Cattedrale di Perugia. Non esistevano scuole e conservatori di musica?

Certamente si. Lo stesso Luigi Caruso ne aveva fondata una, proprio nel capoluogo umbro.

Bisogna dire però che fra ‘700 ed ‘800, cioè in quel periodo della storia della musica che per buona parte viene definito dagli esperti “classicismo”, i compositori e gli strumentisti più esperti esercitavano la propria professione principalmente al servizio di signori, nobili ed ecclesiastici di notevole importanza.

Chi desiderava davvero raggiungere un alto livello nell’attività musicale si affidava agli insegnamenti degli artisti migliori della propria città. Solitamente il meglio del meglio era il kapellmeister ( o maestro di cappella in Italia) di un’importante personalità locale, cioè il responsabile della musica in toto di una compagine ecclesiastica o nobiliare.

Per fare due esempi noti: Johann Sebastian Bach fu dal 1717 al 1723 Kapellmeister del Principe Leopoldo di Anhalt-Köthen e Gaetano Donizetti fu maestro di cappella e compositore di corte per l’Imperatore d’Austria, nonostante sia passato alla storia principalmente per le proprie opere liriche.

Non bisogna poi pensare che essere Kapellmeister volesse dire comporre solo musica sacra. Ogni tipo di composizione poteva essere richiesto ma restava di proprietà dell’illustre committente il quale poteva farne uso a proprio piacimento. La pubblicazione esterna alla corte doveva essere richiesta formalmente altrimenti il pezzo musicale doveva restare tra le mura private della cappella o del palazzo dove veniva composto.

In realtà il XIX secolo vide molti cambiamenti in questo tipo di gestione del diritto d’autore, come lo definiremmo oggi, e anche della commissione dei pezzi. Non sorprende comunque che all’inizio della propria carriera Morlacchi ragionasse secondo le logiche del suo tempo e che quindi desiderò formarsi con un maestro di cappella così poi da poterlo diventare a sua volta .

Il suo destino fu in effetti quello, anche se i cambiamenti nel panorama delle convenzioni musicali che avvennero fra XVIII e XIX secolo si notano abbastanza bene nella sua attività compositiva.

Nel 1708 Francesco vinse il posto di Maestro di cappella a Urbino, ma per l’appunto non prese mai servizio. Non accettò l’incarico proprio per diventare operista. Sono gli anni dominati nella penisola dalla “Rossini – mania”, infatti si parla di età Rossiniana.

Prima di Rossini l’opera lirica esisteva già naturalmente, ma l’ambito comico veniva trattato in modo diverso, in modo realistico. Gioacchino Rossini portò sui palcoscenici la così detta “opera buffa” vera e propria, caratterizzata da una comicità assoluta e surreale, ben lontana dalla serietà dei suoi predecessori ed anche di alcuni suoi contemporanei.

Con Rossini Morlacchi ha in comune la composizione di un’opera, ” il barbiere di Siviglia “, ma non la stessa rappresentazione orchestrata e composta dai due assieme. Composero sullo stesso soggetto due opere differenti , curiosamente terminate nello stesso anno, il 1816. Il tutto, all’insaputa l’uno dell’altro e in luoghi lontanissimi tra loro, Roma e Dresda.

Ci fu una rivalità fra i due?

Non lo sappiamo. È certo che la loro carriera musicale fu contemporanea, anche se lo stile e le scelte compositive furono in parte differenti.

Il modo di comporre del perugino fu più pacato rispetto a quello del pesarese, forse per indole o per altre ragioni più legate alla committenza e alle richieste degli interpreti.

Molti ruoli dell’epoca venivano infatti costruiti non sulla base di una storia ma soprattutto sul cantante che avrebbe dovuto interpretarli.

Ad ogni modo, nonostante le differenze con Rossini non si deve pensare che la carriera di Francesco Morlacchi fu insoddisfacente e priva di notorietà, tutt’altro.

La carriera operistica

Dal 1807 Morlacchi compose numerosissime opere serie e comiche, rappresentate con tutti gli onori e con allestimenti di prestigio al Teatro Filarmonico di Verona, al Teatro Imperiale di Parma, alla Scala di Milano, al Teatro Argentina di Roma, alla Fenice di Venezia ed anche a Parigi.

Dopo il 1810, divenne anche maestro di cappella dell’opera italiana a Dresda, grazie alle ottime recensioni ricevute per un’opera in particolare: le Danaidi.

Probabilmente dietro a questo incarico tedesco ci furono delle ragioni di tipo politico – culturale. Alcuni ritengono che attraverso Morlacchi si volesse svecchiare l’opera lirica in Germania piantando il seme di quella che poi sarebbe diventata l’opera tedesca romantica.

A causa dell’attività alla corte di Dresda, il ritmo compositivo di liriche si ridusse molto negli anni. Nei “ritagli di tempo” il perugino provò a innovare il settore realizzando un nuovo tipo di opera seria, con risultati in realtà alquanto deludenti. Ma fu un maestro indiscusso della composizione di cantate, forme musicali simili alle opere liriche, di origine barocca, eseguite senza scene e con meno musicisti ed interpreti.

Si dice che ne realizzò una in soli due giorni in occasione del compleanno dello Zar di Russia, e non erano pezzi musicali brevi e poco articolati.

Si svolse così la vita di Morlacchi, fra alti e bassi e fra composizioni sacre e non, muovendosi, è il caso di dirlo, meno spesso per l’Europa e per la stessa Italia rispetto ad altri suoi contemporanei.

Ironia della sorte, morì proprio in viaggio verso l’Italia nel 1841, ad Innsbruck.

Francesco_morlacchi - ritratto

La Perugia della formazione musicale di Francesco Morlacchi

Come è stato già riferito il compositore inizialmente si formò musicalmente a Perugia. A questo periodo della sua vita risalgono le prime composizioni originali, per lo più pezzi sacri.

Forse la città al tempo non forniva grandi prospettive ad un apprendista compositore che aveva scoperto un talento nella composizione di opere liriche. Inoltre, in passato per avere una formazione musicale completa era frequente che ci si recasse oltre i confini della propria città natale. Per questi motivi tracciamo Morlacchi nella sua giovinezza non solo a Perugia, ma anche a Loreto e poi a Bologna, anche se tornò in Umbria per sposare la perugina Anna Fabrizi.

Il suo reale periodo di permanenza nel capoluogo della regione durò poco meno di 25 – 30 anni, discontinui. Fu comunque Perugia il suo primo amore, dove lasciò un segno netto nella storia cittadina.

Il legame con questi luoghi non durò anche perché la relazione matrimoniale con Anna finì. Dal 1816 i due vissero vite separate tanto che Francesco allacciò a Dresda un legame con una nuova compagna, Augusta Bauer, dalla quale ebbe probabilmente quattro figli.

Ma come appariva la sua Perugia del 1780  – 1810? Nonostante la stagnazione demografica ed economica cominciata nella seconda metà del XVI secolo e terminata solo dopo l’Unità d’Italia, nel XVIII e XIX secolo era una città ricca e viva architettonicamente e culturalmente.

Erano già stati eretti, quando visse Morlacchi, Palazzo Donini, edificio gentilizio collocato in Piazza Italia, la chiesa di San Filippo Neri e Palazzo Gallenga Stuart, che nel XVIII secolo veniva ancora chiamato Palazzo Antinori.

Vi erano semplici caffè che si affacciavano sulle strade del centro storico, botteghe, persone di rango differente che condividevano le stesse strade nelle vie centrali. La città era più minuta rispetto ad oggi e a misura d’uomo, lontana dagli sfarzi e dalle esagerazioni di altri centri abitati italiani.

Un monumento centrale per tutti gli abitanti del centro storico era certamente il Duomo di San Lorenzo, luogo che sicuramente Morlacchi frequentò moltissimo, dati i ruoli professionali dei suoi primi tre maestri perugini.

La Cattedrale di San Lorenzo fra fine ‘700 ed inizio ‘800

Chi ha visitato Perugia o la vive quotidianamente conosce certamente la sua cattedrale, dedicata a S.Lorenzo e posta proprio di fronte a Palazzo dei Priori e alla Fontana Maggiore.

Il duomo è inserito in un contesto urbanistico definito “Isola di S.Lorenzo” o “Castello di S.Lorenzo” che comprende la chiesa, la loggia di Braccio Fortebraccio, la mole del vecchio seminario e la “canonica”.

In questo complesso Francesco Morlacchi passò certamente del tempo, se non per le lezioni vere e proprie, almeno per incontrare i propri insegnanti e per esibizioni sacre. Ma come appariva agli occhi del giovane compositore questa sontuosa chiesa? Come oggi?

In realtà non del tutto. L’aspetto neogotico della cattedrale di Perugia gli fu conferito solo a metà del 1800 circa, per volere del Cardinale Gioacchino Pecci, il futuro Papa Leone XIII.

Esternamente, prima di questi lavori, il duomo aveva un aspetto semplice ed arioso: una chiesa “a sala” con tre volte a crociera ripartite in tre navate di altezza uguale e larghezza diversa.

L’edificio frequentato da Morlacchi, concepito da Frà Bevignate, era parzialmente incompiuto. Ancora oggi è possibile vedere delle aree esterne nelle quali la pietra è quasi grezza, ad eccezione della facciata meridionale.

Una chiesa austera quindi quella che osservò Francesco, ma in grande divenire.

Tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 infatti furono affrescate le volte della cattedrale e le colonne vennero decorate a finto marmo.

Forse il compositore vide questi lavori in corso, incrociò gli artisti e gli operai, si fece ispirare nella realizzazione dei propri pezzi sacri dai cambiamenti di questa chiesa. Non è possibile saperlo ma una certezza c’è. L’organo visibile oggi nell’edificio non fu mai usato dall’operista perché risale solo al 1967. È molto più recente quindi di quello che il suo aspetto può suggerire.

I teatri umbri delle prime rappresentazioni operistiche

Francesco Morlacchi, noto nei più grandi teatri d’Italia, ricevette in vita un riconoscimento moderato nella propria città natale, a parziale conferma dell’adagio latino” Nemo propheta in patria (sua) “, nessuno è profeta nella propria patria.

Non fu comunque totalmente sconosciuto, infatti oggi molte strutture della città lo ricordano con tutti gli onori.

A Perugia furono portate sulla scena solo 3 sue opere: La principessa per ripiego, Le Danaidi e la famosa Tebaldo e Isolina, opera lirica che all’epoca ebbe un successo straordinario in tutta Italia. Sopravvisse meno bene al tempo rispetto ad altre composizioni contemporanee di autori come Rossini e Donizetti.

Tutte le rappresentazioni Perugine, tranne una, furono realizzate nei primi anni di attività di Francesco Morlacchi.

La principessa per ripiego fu portata in scena nel 1814 al Teatro Pavone. Le Danaidi e Tebaldo e Isolina furono invece portate sul palco del Teatro Civico del Verzaro, nel 1816.

Non sappiamo praticamente nulla degli allestimenti di queste opere liriche. Ma sono noti alcuni dati interessanti e curiosi sull’aspetto e la gestione dei teatri che le ospitarono.

Al tempo del compositore perugino esisteva una rivalità esplicita fra il Pavone e il Civico del Verzaro. Il primo infatti era stato fortemente voluto dalla classe aristocratica, mentre il secondo era stato fondato dalla emergente borghesia.

Questa differente gestione dei due teatri ne influenzò molto la programmazione annuale, fino alla dedica post-mortem del Verzaro a Morlacchi. Una dedica piuttosto anomala data la rarità delle rappresentazioni operistiche nel teatro al giorno d’oggi.

Il Teatro Pavone della Principessa per Ripiego 

Il Teatro Pavone è ancora oggi uno dei più noti teatri perugini. La decisione di erigerlo fu presa nel 1717 da alcuni nobili dell’Accademia del Pavone.

La struttura originaria era in realtà poco funzionale, totalmente in legno, quadrilunga e ricurva solo negli angoli estremi. Cosa vuol dire? Che le persone sedute nei palchi laterali non riuscivano a vedere agevolmente lo spettacolo rappresentato.

Morlacchi non vide mai questo Pavone “originario”. Fu infatti ricostruito completamente in muratura verso la metà del ‘700 sul modello del teatro Argentina di Roma. Prese quindi la consueta e più funzionale forma a ferro di cavallo, adottata nei teatri per permettere a tutti gli spettatori di vedere senza problemi l’intera scena e il palcoscenico.

Quando La principessa per ripiego fu rappresentata mancavano al teatro, rispetto a come è oggi, una parte di Palazzo Graziani, un piccolo portico realizzato nel 1816 e la nuova platea mobile posta all’altezza del palcoscenico.

Il pubblico dell’opera lirica firmata Morlacchi poté invece già ammirare i due sipari tradizionali a decoro del palco: quello con l’immagine di Turreno intento ad ammirare il trionfo della dea Giunone e quello realizzato proprio nel 1814, anno della rappresentazione, dall’artista Gaspare Coccia: Riedificazione di Perugia da parte di Augusto.

Teatro Civico del Verzaro, poi Teatro Morlacchi

Francesco Morlacchi nacque solo 4 anni dopo il completamento del teatro che oggi porta il suo cognome.

Come riferito, il suddetto teatro fu realizzato per desiderio della nuova borghesia perugina con l’obiettivo di istituire “Un’accademia di Belle Arti e stabilirsi un luogo ove non solo convenire insieme a dilettevole conversazione ma dove accogliere eziando decentemente le Muse e specialmente Melpomene e Talia” (il testo è tratto da alcuni studi di Serafino Siepi: ndr).

La progettazione del Civico del Verzaro fu affidata nel 1776 all’architetto Alessio Lorenzini. Come per il Pavone, anche questo teatro richiese notevoli adattamenti planimetrici a causa della posizione nel centro cittadino. In effetti ancora oggi l’ingresso al teatro è obliquo rispetto alla facciata dell’edificio e lo stesso vale per la sala principale.

Purtroppo Perugia ha un centro storico di pianta medievale che già al tempo non si adattava perfettamente alla costruzione agevole di un teatro di medie-grandi dimensioni, figuriamoci di due.

Ciononostante, nel 1781 fu inaugurato il Verzaro e cominciò un processo di abbellimento che coinvolse artisti e decoratori come Baldassarre Orsini, Carlo Spiridione Mariotti e Luigi Tasca.

Proprio quest’ultimo realizzò con Gaspare Coccia il sipario che si aprì sulle prime rappresentazioni perugine delle opere Le Danaidi Tebaldo e Isolina, che furono anche le ultime per Morlacchi.

Tasca non creò solo il sipario ma anche la scenografia della seconda opera. Non ci sono pervenuti bozzetti che possano raccontarne l’aspetto.

Il teatro Morlacchi per come lo conosciamo oggi è diverso da come lo visse il compositore. Fu infatti abbellito ulteriormente per tutto l’800, soprattutto negli anni 1837 – 1838 e nel 1871 – 1874. Questo fu il periodo nel quale il teatro Civico del Verzaro, dopo la sua morte, fu dedicato proprio a Francesco Morlacchi.

Il Conservatorio F. Morlacchi di Perugia

Un’altra istituzione musicale perugina è intitolata all’operista umbro: il Conservatorio di Musica F.Morlacchi.

È l’unica Istituzione Statale di Alta Formazione Artistico Musicale presente in Umbria.

Nacque nel 1788 come scuola musicale pubblica. Fu fondata proprio da Luigi Caruso, il terzo maestro di Francesco Morlacchi.

Per molti anni la scuola crebbe diventando un punto di riferimento per il panorama violinistico e musicale del centro Italia, grazie a figure allora famose, oggi note principalmente agli esperti del settore, come il violinista Rinaldo Barbi, Giuseppe Rossi Bonaccorsi e molti altri.

Attorno al 1870 l’allora scuola di musica, diventata Civico Istituto, fu intitolata a Francesco Morlacchi. Vennero aggiunti dei nuovi corsi musicali rendendo l’istituto sempre più completo dal punto di vista formativo.

Nonostante la dedica, non è noto se a parte il rapporto con il fondatore Luigi Caruso, Morlacchi frequentò mai le classi della scuola, la quale oggi sorge in un edificio di proprietà del Comune di Perugia, derivante dalla ristrutturazione di un grande palazzo del 1500.

Si può però immaginare che Francesco avrebbe apprezzato il grande Auditorium posto all’interno dell’edificio, nel quale troneggia uno splendido organo da concerto a cinque tastiere a trasmissione meccanica, due pedaliere, con oltre seimila canne.

Altri luoghi umbri di Francesco Morlacchi

Per non perdere davvero nulla di questa immersione virtuale nell’Umbria e nella storia di Francesco Morlacchi devono essere citati altri luoghi trasversalmente toccati dalla sua figura: Città di Castello e Sansepolcro, paese al confine tra Umbria e Toscana noto soprattutto per aver dato i natali a Piero della Francesca.

Ma cosa c’entrano questi due luoghi con l’operista?

Pochi ne sono al corrente ma, come molti ottimi compositori, Morlacchi svolse anche attività trasversali a quella principale. Si dedicò alla direzione d’orchestra e alla filantropia, oltre a far parte di numerose accademie e filarmoniche.

Nel 1802 divenne membro dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Nel 1835, il 7 aprile, divenne membro della Filarmonica dei Perseveranti di Sansepolcro.

E Città di Castello? Probabilmente il compositore non percorse mai per motivi ufficiali le strade della cittadina dell’Alta Valle del Tevere ma un legame flebile con il comune esiste, più precisamente con la Biblioteca Comunale. Qui è conservato un suo brano: la cavatina (un’aria di breve durata tipica del XVIII secolo) del personaggio operistico Lauretta dal titolo “Deh, non temer, ben mio”.

Come accaduto nel caso di Città di Castello, molti autografi di Francesco Morlacchi ebbero il destino sfortunato di disperdersi per biblioteche pubbliche e private di tutto il mondo rendendo le opere di questo compositore, i reali esempi della sua bravura ed identità, meno note del suo stesso cognome.

Oggi quel cognome ricorda a Perugia e all’Umbria che ancora molto c’è da scoprire sulla storia e l’identità musicale dei propri luoghi, non solo sul passato di uno dei suoi compositori più illustri.