Ci sono tradizioni che silenziosamente continuano ancora oggi ad accompagnare le feste religiose e popolari tipiche di luoghi italiani molto lontani tra loro. Ricette simili ma dai nomi differenti, costumi, abiti, danze. Fra queste usanze figura quella tipicamente peninsulare del giro questuante degli zampognari durante le feste natalizie.

Molto noto e vivo è ad esempio il giro dei pastori campano-lucani. Pochi sanno che anche in Umbria questa tradizione così antica continua ad essere presente, timida ma tenace traccia di un modo di essere italiani fortemente radicato nella nuda terra e nel Credo.

Sarebbe bello anche quest’anno poter udire e scovare questi musicisti appassionati a suonare perlomeno alle finestre delle proprie case. Un modo di vivere la festa diverso, per ricordare un senso che poco ha a che fare con gli acquisti ed i regali.

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Zampogna e zampognari: dalla Scozia all’Italia e ritorno

A chi ha già visitato la bella Umbria nel periodo natalizio può esser capitato di incontrare a Terni, a Spello, a Marmore, e in molti altri borghi noti per i propri artistici presepi, dei figuri dall’aspetto particolare: musicisti si, ma di altri tempi.

Nelle loro mani, uno strumento musicale a fiato antichissimo, si dice di origine addirittura greca, in tutto simile nell’aspetto alla ben più nota cornamusa scozzese.

Eppure di cornamusa non si tratta: ciò che suonano questi signori è la zampogna.

In vero la differenza non è molta. Per lo strumento anglosassone l’insufflazione dell’aria necessaria a generare il suono avviene in maniera diretta, mentre nella variante italiana, è indiretta.

Entrambe sono, per definizione, aerofoni a sacco. La sacca tradizionale veniva realizzata, per disponibilità di materie prime, in pelle di pecora o di capra. A questa veniva, e viene ancora oggi, affrancato un numero variabile di canne simili a lunghi flauti.

Uno strumento musicale insomma di natura contadina e perciò fortemente impregnato di elementi culturali e antropologici.

Ma torniamo ai nostri musici delle feste. Ancora oggi, da questi fiati così antichi gli zampognari fanno uscire suoni lunghi e fissi, tutti uguali, cioè la base del pezzo musicale detta bordone, e contemporaneamente una melodia più varia chiamata canto.

Immaginiamo di averli incontrati per le vie di un borgo addobbato. Perché stanno suonando? E come mai in abiti modesti, poveri, insomma non moderni ma contadini?

Sono lì per la questua tradizionale di Natale, un’usanza propria di tutte le regioni italiane a matrice cattolica. In passato la questua era principalmente l’atto di vagare di porta in porta ad elemosinare offerte, soprattutto alimentari.

Vien da sé che non fosse un gesto solo proprio del Natale, ma anche di altri momenti particolarmente intensi del calendario liturgico. Chi aveva poco offriva quel poco, in questo caso la musica ed il piacere da essa generato, per ottenere qualcosa da mangiare.

Oggi ovviamente la questua degli zampognari non è più un atto di povertà, ma una rievocazione simbolica del significato profondo delle feste contadine e cristiano-cattoliche.

Questo gesto evocativo anno per anno permette a canti e testi tradizionali antichi umbri di non andare perduti o di finire relegati e nascosti nelle polverose pagine di un archivio.

Testi e canti di questua nella tradizione orale umbra

Troppo spesso si pensa ai canti ed alla musica popolare italiana con atteggiamento nostalgico e romantico, aggiungendo però alla riflessione un velo di distacco che in alcuni casi si tramuta addirittura in ridicolizzazione di qualcosa che superficialmente sembra effimero, poco utile ed arretrato.

Ma la riproposizione di un canto del popolo non deve essere percepita esclusivamente come una nostalgica rievocazione del passato.

La musica popolare oltre ad essere capace di revitalizzare il vissuto moderno, mischiandosi a generi musicali più attuali e generando nuove forme, come è avvenuto per il folk rock o la world music, è una fonte di conoscenza degli usi e costumi passati di quella fascia della popolazione raramente intenta a riversare su carta le proprie credenze e attività quotidiane.

Immergendosi nei testi dei canti tradizionali (termine più consono rispetto a quello di canto popolare) si scopre un universo di praticità.

Anche i canti della tradizione umbra, e quelli religiosi ancor di più, non sono da meno.

Ogni testo non veniva realizzato per mera funzione estetica o impulso artistico fine a se stesso, ma aveva sempre una precisa e specifica funzione sociale.

La finalità principale dei canti rituali di questua non era allietare paesani e contadini, ma ricordare a questi precise scadenze del calendario agricolo.

I canti di Natale come Pasquarelle o Pasquelle erano funzionali al ricordo  dell’arrivo del solstizio invernale, del nuovo anno ed altri momenti fondamentali per gli agricoltori ed i pastori, in un’epoca lontana da TV, Internet, o dagli stessi libri.

In un certo senso si può dire che il canto fosse legato alla sopravvivenza di chi dei frutti della terra viveva.

I titoli di questi testi ne rispecchiano chiaramente la natura pastorale: ” Bovi bovi”, “Ecco ch’è giunta l’ora”, “Cantar le uova” (per la Pasqua) e così via.

Ovviamente erano centrali anche il carico emotivo e religioso nel canto tradizionale, ma molto più spesso di quanto si possa pensare, credo, mondanità e licensiosità popolare si univano.

Ad esempio, molti canti di questua ancora noti hanno una base melodica ripresa da balli popolari di natura amorosa.

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Gli zampognari di Sonidumbra

Questo patrimonio musicale tradizionale di un’altra Umbria nascosta viene preservato oggi in regione da Sonidumbra   e Anonima Frottolisti, spesso in collaborazione con CEDRAV ( Centro di Documentazione e Ricerca Antropologica della Valnerina), con l’Università degli Studi di Perugia e la scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici.

Il gruppo di zampognari di Sonidumbra, costituito da tre amici e musicisti (Marco Baccarelli, Massimiliano Dragoni, Alessio Nalli) , si ritrova di solito a Natale a percorrere l’Umbria in lungo e in largo per riproporre anno per anno un modo di celebrare la festa solitamente relegato nelle sale da concerto.

Il tutto per restituire alla tradizione musicale natalizia locale leggerezza e genuinità: gli sguardi e i balli spontanei dei bambini, la meraviglia di chi ascolta uno strumento mai udito prima, la nostalgia dei più anziani.


Per maggiori informazioni: http://www.sonidumbra.it/