Il pensiero di Aldo Capitini, uno fra i primi in Italia a cogliere e a teorizzare il pensiero nonviolento gandhiano, al punto da essere chiamato il Gandhi italiano, è molto articolato e complesso. Interessante rimane il rapporto intenso con la sua città, Perugia.

Aldo Capitini e Perugia un binomio inscindibile, come evidenziato e raccontato nel libro “Perugia. Punti di vista per una interpretazione”. Fra i luoghi e i percorsi legati alla attività politica e professionale del professore perugino e alle sue innumerevoli iniziative, oltre a Palazzo dei Priori, ci sono Palazzo Gallenga Stuart in piazza Fortebraccio, la sede della facoltà di Magistero, oggi Scienze della formazione, in piazza Ermini, via della Gabbia 4, dietro Palazzo dei Priori, dove si trovava la Biblioteca popolare comunale e aveva sede anche l’Università Popolare “Luigi Bonazzi” e, infine, la Rocca Paolina. Abbiamo ripercorso questi luoghi simbolo dell’acropoli perugina con Giuseppe Moscati, presidente della Fondazione Capitini, e Gabriele De Veris, bibliotecario e conoscitore di Capitini, politico, antifascista, filosofo, poeta ed educatore. 

“Nel febbraio 1947 – comincia il suo racconto Moscati – uscì per i tipi di La Nuova Italia, il volumetto di Aldo Capitini intitolato ‘Perugia. Punti di vista per una interpretazione’, poi più volte ristampato dalla Regione Umbria o dal Comune di Perugia a partire dall’edizione del 1986 arricchita dalla notevole prefazione del fraterno amico Walter Binni (critico letterario, politico, antifascista). Da qui mi pare opportuno ripartire per indagare, seppure per sommi capi, il rapporto bello e intensissimo tra Capitini e la sua Perugia. Come conferma lo stesso Binni, la sua città ha rappresentato per Capitini il ‘centro concreto e ideale’ per ogni attività oltre che «l’appoggio costante della sua ispirazione, il luogo o l’intreccio di luoghi (quei colli, quelle vie, quelle piazze che percorreva solo od insieme agli amici più cari) su cui collocare le sue intuizioni più alte, le sue immagini più intense, i suoi sentimenti e i suoi affetti più intimi e sacri e insieme un vivo nucleo di tradizione cui collegare lo sviluppo della sua stessa prospettiva spirituale della sua prassi coerente»”.

Aldo Capitini sotto la campana di Palazzo dei Priori

“Ecco allora emergere la Perugia che agli occhi di Capitini «sta, senza l’incombere di null’altro che del cielo» – continua il presidente della Fondazione Capitini –, tesa tra la campagna, la storia e l’umanità, con quel suo paesaggio così intimo e al tempo stesso così narrativamente potente. Una città che, in tal senso, non può essere raccontata prescindendo dal Duecento popolare e di aperta religiosità, né dall’Ottocento letterario giocato tra lirismo ed echi romantici. Pur umile e animata da una vita affettuosa, simboleggiata dai suoi dolci colli, una città-comunità fortemente laica che rimane sempre in bilico sul confine di ciò che è (considerato) eretico, e poi ancora una città-territorio con il suo orizzonte azzurrino, che è intrinseco misticismo ed è graziosa armonia di elementi naturali, permanenze municipali e pensieri architettonici. Una Perugia, quella vista e sentita da Aldo Capitini, dove gli attori principali sono l’Arco Etrusco, la Porta Trasimena, la Porta Eburnea, la Porta Marzia e la Porta (del) Sole, ma anche il Frontone con San Pietro, la zona di Sant’Angelo con Monteripido, il Verzaro con il quartiere di San Paolo, il colle di Monteluce e tutto d’intorno «qualche cosa di vivente e di rinnovantesi», tra diffusi olivi e villini sparsi (oggi meno sparsi)”. 

“È utile, allora, la ricostruzione operata dagli studenti di una IV dell’Istituto Capitini perugino che – continua Moscati –, sotto la supervisione dei professori Maurizio Moncagatta e Alberto Stella, è stata pubblicata di recente con il titolo ‘Aldo Capitini e Perugia. Un itinerario nei luoghi capitiniani della città’ (Morlacchi 2019). La laicità cui ho accennato prima, secondo la linea interpretativa capitiniana, è sinonimo di apertura, il che ci aiuta a oltrepassare le apparenze, le deduzioni facili, le letture preventive. «Molte sono le testimonianze – riconosce Capitini – sul carattere singolarmente bellicoso, ostinato, altero, risentito dei perugini». Al contempo, peraltro, egli sa bene intravedere «devozione e pietà a volte intensissime, sebbene il francescanesimo qui si attenui, si faccia meno cantato, più asciutto e apparentemente superbo, come se l’esser centro di responsabilità civile e politica porti qualche cosa di più duro». Il timbro laico di Perugia è anche quello che egli attribuisce al Palazzo dei Priori, sede del Comune, ma anche dell’abitazione dove lui è cresciuto con la propria famiglia. Molto puntualmente ha scritto in proposito Anna Maria Farabbi nel suo gustoso libello ‘Perugia’ del 2014 (edizioni Unicopli): «Abitare l’altezza sonora del campanile laico della propria città condizionò inevitabilmente il filosofo in una singolare educazione di ascolto e di privilegiata lettura del paesaggio, tra una dimensione di concentrata solitudine e, al tempo stesso, di massima apertura ricettiva e comunicativa»”.

“In questa laicità perugina si ritrova quella che storicamente è stata la vera e propria ‘avversione all’assolutismo papale’ provata dalla città umbra (da cui tutto il tragico capitolo del XX giugno 1859) – conclude Giuseppe Moscati –, ma anche la rivendicazione di uno spirito indipendente e la centralità del potere politico, che per Capitini è e dev’essere un potere di tutti e dal basso. Ne esce fuori il ritratto lucido, e solo in apparenza paradossalmente appassionato insieme, di una città e una comunità civile fiere, compiaciute della loro sofferta ma conquistata autonomia. Sarebbe perciò bello tornare a leggere Capitini a partire dalla sua Perugia, ma anche Perugia a partire dal suo Capitini”.

Aldo Capitini e i quattro luoghi perugini

Gabriele De Veris ripercorre questi posti cari ad Aldo Capitini: “A cominciare da Palazzo Gallenga Stuart, sede dell’Università per Stranieri, dove Capitini fu commissario straordinario dal 1944 al 1946. Capitini la riorganizzò e la salvò dalla chiusura, dopo una polemica pubblica che considerava l’ateneo un’emanazione del regime fascista. Nonostante il suo impegno, testimoniato dalla relazione conclusiva, Capitini, a causa probabilmente della sua autonomia rispetto ai partiti e dei suoi contrasti con le gerarchie ecclesiali, non ebbe nessun riconoscimento, se non in tempi recenti. Poi la sede della facoltà di Magistero, oggi Scienze della formazione dell’Università degli studi di Perugia, dove, dopo le esperienze accademiche tra il 1956 e il 1965 a Pisa e successivamente a Cagliari, insegnò pedagogia e sociologia dal 1965 al 1968. L’esperienza universitaria aiutò Capitini a mantenere uno stretto contatto con i giovani e i cambiamenti in corso negli anni Sessanta, come testimoniano le dispense universitarie, i racconti degli allievi e delle allieve, in particolare di Luisa Schippa, e gli scritti apparsi su ‘Il potere è di tutti’”. “Altro luogo, simbolo del percorso di Capitini, via della Gabbia 4, dove si trovava la Biblioteca popolare comunale e aveva sede anche l’Università Popolare ‘Luigi Bonazzi’ che Capitini attivò negli anni 1953-1954 sull’esempio di esperienze toscane, in collaborazione con Fernanda Maretici Menghini, insegnante e assessore comunale. L’Università popolare, le cui lezioni si svolgevano nell’aula magna del liceo musicale, nella vicina via Fratti, costituisce una delle esperienze quasi dimenticate nel percorso capitiniano. Solo dal 2008 è stata riportata alla luce, in occasione delle iniziative per il cinquantesimo anniversario della sua morte. Fra le persone coinvolte nelle lezioni: Paolo Alatri, Franco Arcangeli, Roberto Battaglia, Orlando Berioli, Walter Binni, Carlo Carrà, Giovanni Cecchini, Mario Dal Pra, Mario Delle Piane, Francesco Francescaglia, Renato Guttuso, Lucio Lombardo Radice, Eugenio Luporini, Emilio Lussu, Romeo Mancini, Giovanni Michelucci, Sandro Pertini, Romeo Pierotti, Carlo Ludovico Ragghianti, Luigi Salvatorelli, Giacomo Santucci, Alessandro Schiavi e Anita Seppilli”.

“Altro luogo a lui caro la Rocca Paolina – ricorda ancora De Veris –, dove si svolse il seminario sulle tecniche della nonviolenza dal primo al 10 agosto del 1963, con la partecipazione di ospiti internazionali, fra cui Peter Cadogan, rappresentante del Comitato dei Cento. Il seminario, che fu anche l’ultimo impegno di Edmondo Marcucci, morì proprio nel viaggio di ritorno da Perugia a Jesi, costituì una tappa fondamentale del movimento per la pace. Una foto ormai famosa, scattata a Monte Malbe alla fine dei lavori, rappresenta lo spirito di questo seminario, capace di alternare le discussioni e la riflessione ai momenti conviviali: Daniele Lugli, Enzo Bellettato, Pietro Pinna, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Riccardo Tenerini, Eugenia Bersotti”.

Le relazioni dei lavori vennero poi pubblicate su ‘Azione Nonviolenta’, il periodico fondato da Capitini nel 1964 ed ancora attivo. Nel 2015 Radio Radicale, in collaborazione con il Momento Nonviolento, ne ha pubblicato le registrazioni: https://www.radioradicale.it/scheda/449414/seminario-internazionale-di-discussioni-sulle-tecniche-della-nonviolenza

Aldo Capitini sulla terrazza della casa di via Villaggio Santa Livia, sullo sfondo il campanile di San Pietro