1947. Roma, Firenze, Milano, Palermo. Quattro uomini in divisa avanzano svelti per le vie della città. Luoghi differenti, movimenti all’unisono, medesimo obiettivo.

Indossano tutti lo stesso abito scuro; una giacca ed un pantalone lunghi e larghi, una piccola ma capiente tracolla rettangolare ed un casco lucido. Soprattutto i loro caschetti attirano l’attenzione.

Sono grigio scuro, con cupola tondeggiante e lucida, falda stretta ed una caratteristica banda rossa attorno alla base della calotta. Uno stemma con due grandi lettere troneggia sul davanti ad annunciare senza possibili dubbi l’identità di quegli uomini: “P” e “T” , Posta Italiana.

I quattro postini stanno portando una missiva inaspettata agli Enti Autonomi dei maggiori teatri della loro città. I destinatari sono il Teatro dell’Opera di Roma, il Comunale di Firenze, la Scala di Milano e il Teatro Massimo di Palermo. Il mittente invece è uno solo, il più prestigioso dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 1946: la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Non c’è da preoccuparsi, la notizia annunciata nelle lettere è bella ed eccitante. Comprende un accorato invito agli enti con alcune fra le migliori scuole di canto della nazione. “Ma per quale motivo?”: se lo chiesero all’unisono tutti i sovrintendenti, ognuno nel suo studio, cominciando a leggere la comunicazione.
La ragione del messaggio era semplice. Quell’anno l’Associazione Pro Spoleto stava organizzando, nella città umbra, una “stagione lirica a carattere sperimentale”. Innovazione, approvata senza indugio dai nuovi ministri da poco entrati in carica.

ottavio ziino

“Una notizia bedda, sì, ma quale graaana…” pensò seccato Ottavio Ziino (Foto in alto), portandosi alle labbra il solito  espresso del pomeriggio. Per lui il caffè  come lo facevano al Teatro Massimo non lo facevano da nessun’altra parte. Quella breve pausa fra musicisti, impiegati e signorotti della Palermo bene era il suo momento per riflettere. Osservava i passanti da dietro il fumo del caffè ancora caldo e pensava… pensava alla musica. E a che cosa sennò? La musica lo aveva accompagnato fino a quel momento ogni giorno della sua vita e lui sicuramente le doveva molto, alla lirica poi non ne parliamo.
Turandot, Lucia di Lammermoor, Madama Butterfly: ne aveva dirette di opere negli anni, nonostante la guerra, ma il conflitto inevitabilmente aveva generato una scarsità di buoni cantanti,  soprattutto dopo la sua fine. Chi le addestrava queste voci? Sì, le grandi scuole degli enti lirici, ma poi farle debuttare era un altro discorso. Non tutti i teatri volevano rischiare di mettere sulla scena degli esecutori giovani  e privi di esperienza. Che poi quelli bravi sembravano nascondersi chissà dove, lasciando spazio a cantanti tutt’altro che piacevoli.
Per esempio un suo vecchio amico, insegnante di canto, gli avevo raccontato di una sua giovane allieva con la particolare capacità di stonare matematicamente ogni singola nota di una partitura. Senza nessuna esclusione. Ci voleva impegno e lei non se ne rendeva neanche conto. Peccato che non era certo quello il talento di cui i palchi avevano bisogno.

Quell’Adriano Belli, avvocato spoletino ed ex critico musicale del Corriere d’Italia, aveva avuto una bella idea a proporre un concorso per trovare veri nuovi talenti. Ci voleva proprio un po’ di competizione per portare fuori dalla crisi il teatro lirico italiano. Molti lo definivano morente. E poi, pensò Ottavio, poggiando la tazzina vuota sul piattino, il rischio di lanciare sulla scena qualche giovane se lo sarebbe preso il Teatro di Spoleto in quel caso…
Se quell’iniziativa fosse diventata realtà lui, Ottavio Ziino, direttore d’orchestra e compositore palermitano, avrebbe dovuto esserci.

Ed infatti, dopo una fittissima ed accesa corrispondenza fra la Pro Spoleto, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e gli altri Enti teatrali coinvolti, lo Ziino era riuscito ad entrare senza troppe fatiche nella Commissione romana per la selezione dei migliori allievi delle scuola di perfezionamento di canto di tutta Italia.

Avevano fatto contemporaneamente il suo stesso ragionamento, in città diverse, Ludovico Lunghi, Guido Sampaoli e Vincenzo Tommasini.
Alcuni di loro, erano molto preoccupati per costi di un’iniziativa del genere: la guerra era appena finita ed i teatri non potevano permettersi di investire molto in iniziative collaterali alle stagioni liriche e alle comuni attività delle scuole di canto.
Nonostante questo, la Pro Spoleto, guidata da Adriano Belli, che dopotutto era un avvocato affermato e abile arringatore, riuscì a convincere anche i più titubanti fra gli Enti. Solo le spese per il viaggio e il vitto e alloggio nella sede delle eliminatorie a Roma sarebbero stati a carico delle scuole di canto: era un’occasione da non perdere, per loro.

In realtà, il Belli, l’ideatore del concorso, non era poi così contento del risultato: era un uomo fiducioso e di grande esperienza, ma sapeva bene che per organizzare una competizione di tali dimensioni e una stagione lirica era necessario molto danaro. Dove trovarlo?
Sussidi ministeriali? Conoscenze prestigiose? Assessori?
A volte, per breve tempo, Adriano si sentiva solo contro difficoltà insormontabili. Ad esempio non sapeva dove sbattere la testa per realizzare alcune migliorie nel Teatro Nuovo di Spoleto, sede prescelta per il suo progetto. La struttura era stata rinnovata solamente nel lontano 1933. Non era un teatro adatto all’opera lirica moderna. Il piano dell’orchestra era a livello della platea, la soffitta era troppo bassa, l’illuminazione era insufficiente, i vecchi camerini erano stretti e scuri. Era un bel teatro dal punto di vista estetico, ma ,nella pratica, la struttura si aggiungeva all’innumerevole quantità di problemi che l’”avvocato delle voci” Belli e la Pro Spoleto avrebbero dovuto risolvere entro il 15 agosto 1947, giorno della Prima rappresentazione.
Fortunatamente, l’avvocato aveva un grande amico capace di ascoltarlo e di sedarne i dubbi: il dottor Gaetano Toscano. Era un uomo semplice, ma capace di sincero affetto. Aveva una passione per l’orto, luogo dove spesso invitava il Belli a conversare, fra cavoli, lattughe e pomodori.
Fu proprio nell’orto che un pomeriggio Adriano sfogò tutti i suoi dubbi sul concorso.

Adriano Belli

“Non ce la posso fare. C’è il teatro da rinnovare, le attrezzature da acquistare, tutti gli addetti all’organizzazione da pagare e la burocrazia in questo paese sembra fatta appositamente per sedare qualsiasi tipo di impulso creativo”. Il Belli stava in piedi, irrigidito, accanto  all’amico che, in tenuta da lavoro, stava invece serenamente rimestando la terra attorno ad una piccola pianta di lattuga.

“La Presidenza del Consiglio ti ha dato l’ok, no? “ disse.

“Si, certamente e ne sono lusingato, ma non è questo il punto. Da qualche parte i soldi per fare tutto li devo trovare”.

Gaetano, alzandosi e ripulendosi dalla terra chiese: “Tu facevi il critico musicale nel Corriere d’Italia, giusto?”.

Adriano lo guardò sorpreso, “Si…Ma perché me lo chiedi? cosa c’entra?”.

“C’entra, c’entra. Ci scriveva pure Luigi Sturzo, no? Vi conoscete bene”. Continuò l’amico guardandosi intorno per capire su quale altro ortaggio concentrarsi.

“Si, e quindi?” il Belli era perplesso.

“Scrivigli, sai che è in buoni rapporti con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti”,  diede una pacca sulla spalla all’amico avvocato, sporcandogli la giacca ben stirata, “Da quando sei timido e agitato? Io ti conosco calmo e  fiducioso. Muoviti che magari può intercedere lui per farti avere qualche sussidio statale, giusto per cominciare. Almeno stai meno preoccupato e invece di parlare mi aiuti a tirar su le melanzane.” Scoppiarono insieme a ridere.

Incredibile come una chiacchierata con un buon amico possa innescare una rivoluzione. Adriano Belli, nuovamente motivato, contattò davvero Luigi Sturzo, che scrisse veramente a Giulio Andreotti. Ne nacque una corrispondenza fra il patron dello sperimentale e il sottosegretario, finché un giorno un’ulteriore svolta degli eventi fu comunicata, ancora per posta, all’avvocato spoletino. Altri caschetti lucidi, un’altra marcia verso un campanello e poi la lettura di una bella notizia:

“Facendo eccezione alle norme restrittive, la Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica che verrà stanziato circa mezzo milione a favore dell’iniziativa della Pro Spoleto”.

Al mezzo milione di lire, il 31 luglio 1947 se ne aggiunse un altro mezzo di “eccezionalissimo contributo statale”. Lo sforzo di un paese in crisi post bellica per far rinascere l’arte.

Magia, gioia. Adriano Belli (foto in alto) non aveva la minima idea di cosa stesse veramente succedendo. A parte Gaetano, anche gli amici più cari lo compativano e sparlavano alle sue spalle, perché sul palco del Teatro Nuovo Giancarlo Menotti di Spoleto non volevano vedere dei ragazzini ma i divi della lirica. Cosa si credeva di fare quell’avvocato idealista? Non c’era da biasimarli troppo. Per realizzare un progetto del genere non ci si può circondare di persone caute e abituate a ciò che “si è sempre fatto”.  Bisogna aprire gli orizzonti, raccontare i propri desideri e sogni il più possibile a chi davvero può comprenderli e farli fiorire. Per Adriano Belli a Spoleto quelle persone erano Guido Sampaoli e il Professor Monterosso.

prima commissione di selezione dei cantanti dello sperimentale

Sampaoli era uno dei principali coordinatori della Sagra Musicale Umbra e nel ’46 – ’47 stava ricoprendo anche il ruolo di direttore artistico per una serie di rappresentazioni d’opera in Brasile. In quegli anni era diventato amico di Adriano Belli. Per questo era stato ben lieto di aiutarlo nella direzione artistica del nuovo “lirico sperimentale”.

C’era qualcosa di visionario in quell’idea, ed anche di molto coraggioso. Guido lo pensava e ripensava, seduto sulle dure sedie in legno della Commissione Giudicatrice del Lirico Sperimentale di cui faceva parte. Davanti a lui, sfilavano ragazzi giovanissimi, con lo sguardo sperduto e la posizione contrita, che però cantando cambiavano completamente aspetto. Lo studio, la paura e il desiderio li avevano trasformati, in quel mese di lavoro intensivo sulla voce nei grandi locali del teatro dell’Opera di Roma. Erano diventati veri animali da palcoscenico. Era come guardare dei cuccioli di tigre cresciuti in soli trenta giorni. Erano cuccioli sì, ma di un animale possente, capace di ruggire e all’occorrenza mordere. E Sampaoli sapeva che al momento opportuno, quell’agosto, avrebbero ruggito, liberandosi completamente dello sguardo spaurito.

Chissà se però ad attendere quelle 12 giovani belve, ci sarebbe stato un teatro degno…

Ci stava pensando a Spoleto il professor Monterosso, il sindaco.

Era una delle poche figure istituzionali che nella città non derideva segretamente l’avvocato Belli. Poveri stolti: quell’uomo mancava solo dei soldi, ma aveva un’idea ed una visione che non dovevano essere invidiate, semmai sfruttate!

E lui lo stava facendo, anche perché, se la nuova Presidenza del Consiglio aveva approvato e lodato l’iniziativa un motivo ci doveva pure essere. La città ne avrebbe tratto sicuramente prestigio: nuovi appassionati e turisti si sarebbero precipitati a Spoleto l’anno dopo, ma solo se tutto fosse stato perfetto, soprattutto il vecchio Teatro Nuovo. Il nome era un paradosso. Un teatro “nuovo” di nome in cui praticamente tutto poteva essere considerato vecchio, soprattutto la buca d’orchestra.

Come avrebbe fatto una grande orchestra d’opera a suonare in uno spazio angusto, a livello della platea, senza coprire le voci dei cantanti? Glie lo aveva detto lo scenotecnico Pericle Ansaldo, ex direttore dei macchinismi alla Scala di Milano e ideatore dell’innovativo palcoscenico a sezione mobile dell’Opera di Roma. Si fidava ciecamente di lui. Quella buca doveva essere rifatta. E si rifece!

Teatro nuovo Gian Carlo Menotti - Adriano belli

Tutte le migliorie suggerite da Pericle Ansaldo cominciarono ad essere realizzate proprio nel ’47.

Una magia si verificò in pochi mesi nella città di Spoleto tanto che il giorno della Prima tutti i partecipanti all’iniziativa si ritrovarono emozionati e trepidanti nel Teatro quasi Nuovo che cominciava a rinnovarsi. Dietro il sipario chiuso tecnici, galoppini e macchinisti cercavano di posizionare ogni luce, ogni elemento della scena al posto giusto, su quel bel palcoscenico di ben 25 metri. Sembravano tante api operose in un alveare, intente a realizzare il giusto habitat per far risuonare il miele della musica moderna.

Belli cercava di nascondere un’emozione che raramente provava, l’agitazione. Salutava spettatori e conoscenti con garbo, trucidando di nascosto l’interno delle tasche della sua giacca elegante. Nei camerini i cantanti esordienti affogavano il terrore nei vocalizzi: alcuni di loro, Rolando Panerai, Cesare Valletti, Alberta Guaraldi e Amedeo Berdini sarebbero negli anni a venire diventati delle star. Ma non lo sapevano e si struggevano nei loro costumi d’epoca davanti allo specchio.

Altrettanto elettrizzato per l’esperimento era il regista, Riccardo Picozzi, docente di arte scenica. Non era stato semplice portare sulla scena quel Don Pasquale, l’opera di Gaetano Donizetti. Se quei giovani ragazzi non lo avessero ascoltato certamente la sua reputazione ne avrebbe risentito, ma non voleva pensarci. Il teatro si stava riempiendo ed era troppo tardi per cambiare le cose.

Persino il pubblico sembrava nervoso. Si accalcava davanti alle porte della bella facciata bianca. Si affrettava verso i 4 ordini di palchi e la platea. 800 posti, centinaia di persone affascinate dalle luci soffuse, dalle decorazioni solo in parte restaurate ma lucide e pulite, dal sipario dipinto chiuso su un mondo incantato, dal suono degli orchestrali intenti ad accordare. C’erano gli appassionati, che avrebbero ascoltato qualsiasi cosa pur di bearsi del bel canto. C’erano i fan e la claque di Enrico Molinari. Era stato l’unico cantante affermato ingaggiato per il ruolo del protagonista, per dare supporto ai giovani interpreti e garantire qualità ed accuratezza allo spettacolo.

Mischiati tra la folla c’erano anche coloro che avevano deriso l’idea di quell’esperimento così audace e che segretamente speravano in un disastro del quale avrebbero letto con gusto il giorno dopo sui giornali.

Un desiderio che non realizzarono mai.

Quando tutti furono finalmente seduti, i macchinisti spensero accuratamente le luci in platea. Un silenzio sacro piombò sulle poltrone della platea e sopra gli ordini dei palchi.

Fu in quel momento che la posta, protagonista di questa storia forse quanto la musica e il teatro, fece un’ulteriore magia, suggellando per i posteri il successo della serata.

Una maschera si avvicinò silenziosamente all’avvocato Belli in prima fila. Accosciatasi a terra gli sussurrò all’orecchio: “un telegramma da Roma… il Presidente della Repubblica De Nicola vi fa i suoi migliori auguri”.

Enrico De Nicola

Tutte le foto in bianco e nero sono tratte dal volume “Il Teatro lirico sperimentale di Spoleto nel suo primo ventennio” – A cura della Istituzione Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto Adriano Belli – Litostampa Nomentana