Chi raggiunge la zona dei Tre Archi, a Perugia, da via XX Settembre avrà sicuramente notato il palazzo in stile liberty, a destra, poco prima di palazzo Lilli al largo Cacciatori delle Alpi. Ma chi invece sale verso il centro da via Pellas sicuramente non saprà che al piano interrato di quel bellissimo ed imponente edificio dello stradone di sopra si trova uno spazio artistico: MA Project, si chiama, e proprio lì – dove una volta si trovava una tipografia – ha trovato casa da quasi un anno.

Unico nel suo genere in Umbria, è gestito da sei giovani artisti, tutti diplomati all’Accademia di Belle Arti di Perugia: Noemi Belfiore, Anja Capocci, Letizia Cassetta, Lorenzo Maqcéd, Qing Qu ed Ester Scandale.

MA 間 Project Letizia cassetta_foto di mattia micheli

L’arte al centro, ma non da sola, a due passi dal centro

Quella con due degli artisti fondatori non è stata solo una chiacchierata sui motivi per cui hanno deciso di dare vita, proprio a Perugia, a uno spazio come MA Project. A Real Umbria Anja Capocci e Noemi Belfiore hanno parlato di arte e del ruolo dell’artista millennial nella contemporaneità (tra lavoro non strettamente inerente alla creazione artistica vera e propria, le bollette, il mondo capitalista, la mancanza di tempo); del pregiudizio nei confronti dell’arte in generale, specie quella contemporanea; degli anni trascorsi in Accademia; ma soprattutto si è parlato della voglia di fare, di ridare qualcosa a Perugia attraverso l’aggregazione, un’aggregazione artistica, politica e sociale che tanto manca alla nostra città.

Tale mancanza poi si è riscontrata nell’inaugurazione in modo positivo: quasi 300 persone sono passate a salutare non solo gli artisti ma anche lo spazio. Anja ci rivela che all’inaugurazione (tenutasi lo scorso luglio con una mostra dedicata agli artisti fondatori, ndr) post secondo lockdown, tra i presenti c’era anche il sindaco Romizi in vesti non ufficiali. “L’avevamo invitato”, ha raccontato, “e quando è arrivato, non portava la fascia tricolore, il che ci ha fatto piacere. È venuto in quanto cittadino, ed è proprio questo che vogliamo: che le persone vengano perché vogliono stare insieme, conoscerci – in quanto artisti ma specialmente in quanto persone –, che si interessino a quello che facciamo e su cosa ci interroghiamo”, ha spiegato la giovane visual artist.

MA 間 Project_foto di Maurizio Esposito

Artist-run space

Contaminazione, ricerca, libertà, sperimentazione. Guai a definirlo “galleria”. Anzi, compito difficile è quello di definirlo. Lo spazio indipendente diretto da artisti MA Project, raccontano Anja e Noemi, è innanzitutto “transpaziale”, poiché raggruppa al suo interno artisti intesi anche come cittadini, persone, ricercatori, pensatori. È uno spazio gestito dagli artisti stessi, in cui questi ultimi lavorano dove poi andranno ad esporre i propri lavori. Queste caratteristiche, forse, ci potrebbero aiutare a discostare MA dal termine “galleria” che di solito si usa per identificare gli spazi artistici espositivi (e perché no, ad incuriosirci).

L’idea di riunirsi e indagare sulle diverse declinazioni del linguaggio visivo, hanno sottolineato le intervistate, sorge negli ultimi anni di Accademia, quando ancora gli spazi dell’Istituto artistico erano vissuti a pieno dagli stessi artisti allora studenti. Non volevano che il loro percorso di sperimentazione e ricerca finisse con la conclusione degli studi. 

Le influenze nel loro lavoro poi portate avanti da MA sono di vario tipo. E sono mutevoli, una volta che ogni artista ha un proprio ritmo di lavoro, un supporto e un linguaggio artistico diverso. Pittura, scultura, natura e talvolta anche media digitali: il medium racconta, interroga, mette in discussione. 

MA 間 Project sara tosti_foto mattia micheli

, spazio e assenza di esso, vuoto

Al centro delle ricerche e delle sperimentazioni c’è il concetto di “spazio”. Questo è messo in evidenza dagli artisti nella scelta del nome MA . Il simbolo lì presente è un kanji (grosso modo sono i caratteri di origine cinese usati nella scrittura giapponese, ndr), che per l’appunto, parla dello spazio. “” si legge come il nome dello spazio, “ma”, e fa riferimento al profondo concetto giapponese che tocca le aree della filosofia, dell’estetica e dell’arte. Lo si potrebbe tradurre come “vuoto”, “spazio vuoto tra due elementi strutturali”, o più semplicemente “spazio”.

Non viene, però, applicato solo alle aree del pensiero critico, bensì si tratta di un concetto usato ugualmente nella vita quotidiana. Centrale nell’arte orientale, “ma” sarebbe la sua categoria estetica per eccellenza, in cui il vuoto sarebbe tema centrale perché tutto il resto avvenga.

Un concetto ampio, e di difficile traduzione poiché strettamente legato al mondo orientale. Secondo il ricercatore Sachiyo Goda “ma” raggruppa la nozione di discontinuità spaziale e anche temporale. Viene poi applicata in altri ambiti, come ad esempio, in senso negativo. Un “bad-ma”, si legge, potrebbe essere tradotto come un momento di imbarazzo o straniamento durante una conversazione (la generazione Z forse opterebbe per “cringe”): qui lo spazio ed il tempo si riflettono nel fraintendimento dei due agenti presenti nello stesso spazio ma sicuramente non sulla stessa lunghezza d’onda.

Nondimeno, “ma” è anche la congiunzione avversativa per eccellenza della lingua italiana. A inizio periodo, riporta la Treccani, “si usa per indicare passaggio ad altro argomento, o per sollecitare il ritorno all’argomento che interessa”. Quindi non soltanto l’idea di contrapposizione ma anche di cambiare, di mettere a fuoco quello che conta davvero: lo spazio.

Contaminazioni

MA Project vorrebbe fare da ponte tra i vari giovani artisti raccogliendo al suo interno contaminazioni anche esterne come forma di aggregazione a 360°. Arti performative, audiovisive, visive, tattoo artists, musica, insomma performance varie: tutte le forme possibili e inesorabili del fare arte raggruppate non da MA , ma attraverso il suo spazio rendendo Perugia più aperta, ibrida ed espansiva in tutti i sensi.

MA 間 Project area di lavoro
MA 間 Project noemi belfiore_foto di mattia micheli