C’è nessuno?
Qualcuno mi sente?
È tutto così buio qui…
Questo silenzio mi sta facendo impazzire. Sono sicuro che mi distruggerà.
Non sono nato per stare fermo, muto e immobile. Sento solo gli scricchiolii delle pareti, i mugolii delle tubature ferme da mesi e i rumori delle automobili là fuori.

Da quanto tempo non vedo una luce accendersi? Un faretto di scena, una lampadina nei camerini… Qualcosa… un semplice segnale di vita che mi faccia ricordare cosa ero e a cosa serviva la mia esistenza.

A volte mi sembra di essere tornato alla Seconda Guerra Mondiale, uno dei periodi più bui della mia storia. Questa immobilità mi ricorda nello specifico i bombardamenti aerei, che mi dilaniavano, distruggendo tutto quello che ero stato.

Aereo, fiuuu, fraboom! Un muro da un lato cadeva a pezzi.
Ancora, fiuuu, fraboom! E via, per aria, trenta poltroncine.
Altro aereo, fiuuu, fraboom! E addio decori, stucchi e affreschi cari della mia giovinezza.

Quanti anni sono passati da allora? Una settantina? Sembrano molti di più. L’ossatura mi fa male e anche se da fuori non sembro per nulla malconcio tanto bene non mi sento. La ragione? Mi hanno lasciato solo.

La solitudine non è mai stata un vero problema, ma oggi sono stanco, stanco di essere abbandonato, perché non capisco il motivo di questa desolazione. Dopotutto, mi sono sempre reinventato. Anche questa volta non dovrebbe essere diverso.

In giovinezza, facevo il pane. Mi piaceva. C’era un profumo fragrante tutto intorno ogni mattina qui a Terni, sulla via Flaminia, dove sto ancora. Anche se era caldo, per via dei vecchi forni, l’atmosfera mi metteva allegria. Il pane era cucinato a regola d’arte: era quello di una volta.

Poi mi avevano fatto reinventare, per la mia stazza principalmente. Era l’inizio dell’800, un secolo ricco di fervore artistico, letterario, e di musica nuova. Io amo la musica, tutta.

Fu nell’800 che scoprii di essere fatto apposta per lei. Lo dissero membri illustri dello Stato Pontificio, tanto che mandarono un loro esperto, Luigi Poletti, a rifarmi il look per rendermi più adatto alle scene. Cominciò nel 1840 e terminò nel 1849. In quell’anno conobbi per la prima volta l’opera lirica. Allora era di gran moda. La prima che ascoltai fu Giovanna D’arco, seguita dalla Saffo, di un certo Giovanni Pacini.

Ammetto che il successo mi diede un po’ alla testa da subito. Non avevo mai visto 900 persone insieme, sedute lì accalcate in silenzio, tutte grazie a me.

Le mie composizioni preferite erano quelle di Giuseppe Verdi. Sì, proprio lui, quello del “Vaaa pensieroooo sull’aaali doraaateee”. Sì lui. Un po’ inflazionato ora,  lo ammetto, ma quanto mi piaceva vedere quei cori enormi riuniti sul palcoscenico e poi sentire rimbombare i contrabbassi e ancora risuonare i corni in fondo alla platea con quelle bellezze delle ballerine che si muovevano a tempo di musica. Era la mia dimensione ideale.

Qualche pezzo grosso della città di Terni se ne accorse perché, dopo l’ennesimo ringiovanimento, nel 1908 mi diedero addirittura un nuovo nome: “Giuseppe Verdi”. Che onore! L’ immenso compositore era morto solo otto anni prima e la città già aveva deciso che ero grande e importante come lui.

Grazie a questi cambiamenti vidi anche l’Otello, non quello di Shakespeare ma sempre quello di Verdi, almeno in quell’anno. Era il mio mito, eh!

Teatro comunale Giuseppe Verdi - Terni - giorno

Nel 1930, con la città, decidemmo che dovevo essere ancora più moderno, per questo dico che non sono uno che si spaventa per i cambiamenti. Feci ancora qualche ritocchino perché iniziavo ad avere una certa età e mi costrinsero pure a ospitare un’orchestra più grande e ad accettare anche l’arrivo di un buffet. Che poi alla fine mi ricordava il periodo in cui facevo il pane, quindi non fu poi così male.

Negli anni ’40  arrivarono le bombe, le tremende bombe.

No! Non ci voglio pensare di nuovo. Dopotutto sono ancora qui. La guerra mi generò dentro una voragine ma lo fece un po’ con tutti. Fu necessario riprendersi in fretta, pure se questo volle dire ricostruire tutto con il cemento armato. Addio al mio caro Giuseppe Verdi. Benvenuta modernità.

Mi sentii rinnovato. Mi avevano fatto ancora più grosso e forte così iniziai un nuovo lavoro; nel cinema e nel teatro di prosa. Dal ’47 non so quanti film e spettacoli vidi. Pure l’Otello, però quello di Shakespeare. Sicuramente quasi un migliaio di persone parteciparono a ogni spettacolo. Fino a quel terribile giorno che cambiò davvero tutto.

Sono rimasto fra i grandi fino al XXI secolo ma evidentemente sono vecchio, anche se non mi ci sento. Nel 2010 subii un grave crollo e lì cominciarono i veri guai. In quell’anno, dopo il crollo, Casapound mi appese addosso uno striscione: “la città cade a pezzi. Vergogna”. Che imbarazzo. Non avevo mai fatto esplicitamente politica, io ero più legato all’arte pura. Poi, se ne andarono tutti, anche gli allievi dell’Istituto Superiore di Studi Musicali Giulio Briccialdi. Loro mi erano sempre stati fedeli, eppure…

In pochi anni divenne tutto buio. Mi misero a posto il pronao e mi ficcarono dentro delle travi in acciaio per farmi stare fermo, buono e al sicuro. Fino ad oggi…

A volte, nell’edicola là fuori riesco a scorgere qualche notizia. Parlano molto di me, di quello che sono stato, dei miei grandi successi e di come farmi tornare alla ribalta. Tante associazioni, tante belle persone che vogliono farmi lavorare come un tempo, oppure rinnovarmi un’altra volta. A me andrebbe bene. I loro nomi li ricordo quasi tutti ma non ho voglia di dirli. Spero solo che qualcuno là fuori stia mettendo una buona parola definitiva per riaccendere le luci. Non mi importa come, basta che mi si faccia fare di nuovo arte, musica o spettacolo.

Lo so che sono vecchio, ma sono nato per fare cultura e vorrei tornare a sentire il vociare degli spettatori e i loro applausi. Vorrei  rivedere gli sguardi dei neofiti luccicare per la mia scalinata a pronao, per la mia volta affrescata bianca e per le mie decorazioni e forme geometricamente perfette, di “armonia greca”.

Vorrei sentire le loro carezze sul velluto rosso dei miei 4 ordini di palchi, e le vibrazioni dei loro piedi al bis.

Mi manca il vociare delle ballerine classiche nei camerini, i loro tutù, i vocalizzi acuti e gorgheggianti dei soprani, le note vibranti dei bassi profondi.

Ho nostalgia persino dell’odore dei pop corn del periodo in cui facevo cinema….

Un secondo, sento dei rumori. Si! Non sono solo! Qualcuno sta toccando le colonne bianche della mia facciata . Sta rimuovendo i fermi alle mie porte cigolanti.

Insomma, c’è qualcuno. Meglio che mi  tenga ben in piedi. Sono emozionato.

“ Hei! …. Hei!… Ecoooo…Unooo, dueee, treee! Che acustica che aveva questo teatro però. Non trovi Paolo?”

“Assolutamente! Il primo architetto, Poletti, era un grande esperto di fisica del suono. Ha realizzato tanti teatri sul modello di questo qua. Poi guarda, lì in alto. Sai che là c’era un grande orologio sorretto da due putti?”.

“Notevole. Deve essere stato proprio un gran bel posto questo Teatro Verdi. Vediamo di riportarlo al suo splendore. Cominciamo!”

#imuridelsuono - Terni - Teatro Verdi - notte

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