Al confine fra Umbria, Marche e Toscana, nella splendida cornice naturale della Valtiberina, nel piccolo borgo di Sansepolcro, sorge un luogo dove i segreti delle erbe medicinali, la loro storia e le lavorazioni artigianali che per secoli ne hanno permesso l’uso  a scopo curativo, anche in Umbria, vengono custodite accuratamente per ricordarne il grande valore, di generazione in generazione. Questo luogo è l’Aboca Museum.

Unico nel suo genere nel centro Italia, recupera e tramanda la storia del millenario rapporto fra uomo e piante, attraverso un percorso museale pensato per emozionare tutti i sensi.

Oggi questo percorso si propone completamente rinnovato, grazie ad una nuova sezione del museo, tecnologica, moderna ed interattiva.

Ne risulta arricchita e completata la porzione espositiva dedicata alla storia più antica delle erbe medicinali, ricostruita tramite l’esibizione di una grande collezione di utensili risalenti a differenti epoche, in parte reperiti fra Umbria e Toscana.

aboca museum - stanza dei mortai - realUmbria

Le erbe medicinali nella storia

Ma perché la realizzazione di un museo dedicato alle piante medicinali nella storia?

Dall’alba dei tempi l’uomo ha sempre cercato di indagare e comprendere le proprietà delle piante, decifrando i messaggi prima di tutto sensoriali inviati dal mondo naturale.

Odori, sapori, colori e consistenze, hanno per secoli permesso all’essere umano di interpretare le virtù vegetali, trasformandone le proprietà in veri e propri farmaci, capaci di curare o, per contro, provocare malesseri possenti fino ad arrivare alla morte.

Il termine farmaco infatti deriva dal greco pharmakon (φαρμακον) che tradotto significa “medicina” ma anche “veleno”, coerentemente con la concezione molto antica, espressa esaurientemente da Paracelso in una sua famosa frase, che sia la dose a fare un veleno.

“Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto.” – Paracelso

Dalla preistoria al Medioevo

Il rapporto dell’uomo con le piante risale ad ancora prima dell’invenzione della scrittura.

Già l’uomo primitivo istintivamente impiegava alcune particolari erbe a scopo terapeutico, attribuendone gli effetti a entità soprannaturali e divinità, a causa di una carenza ovvia di conoscenze chimiche e microbiologiche che solo molto dopo sarebbero state acquisite.

Questo rapporto magico-sacrale con le erbe rimane forte anche nelle civiltà più antiche, come quella egizia, nella quale era presente una classe medico-sacerdotale potentissima al servizio del faraone. Le conoscenze di questo popolo sono arrivate fino all’era moderna grazie ad alcuni importanti papiri ben conservati, come il famoso Papiro di Ebers, una sorta di ricettario medico, conservato presso la biblioteca dell’Università di Lipsia.

Ma è intorno al V secolo a.C. che l’uso delle piante come farmaco diventa pratica scientifica, naturalmente con tutte le limitazioni del periodo.

È nell’antica Grecia che nascono il concetto di “dosaggio”, la medicina allopatica, l’approccio olistico, parzialmente scorretti, se li si osserva attraverso gli occhi della scienza di oggi, ma estremamente innovativi e non particolarmente legati alla sacralità e alla religione.

Il primo a catalogare in un manuale tutte le proprietà curative delle piante note fu Dioscoride, intorno al I-II secolo d.C., quindi in piena epoca romano imperiale.

Questo manuale, assieme alla teoria umorale elaborata da Galeno, rimane la base della pratica medica per tutta l’epoca della medicina monastica.

Dopo la caduta dell’Impero Romano infatti i sono i monaci a diventare i custodi del sapere botanico più antico, separando definitivamente la propria attività da quella popolare, quindi dalle conoscenze quotidiane soprattutto delle donne della casa.

Queste ultime per molto tempo metteranno in pratica le proprie conoscenze protette dalle mura domestiche, spesso nascondendo il proprio sapere per paura di  un’accusa di stregoneria.

Contemporaneamente, nelle grandi abbazie cominciano a comparire indispensabili aree, stanze e laboratori, come la “pharmacia” o l’orto botanico. Questi luoghi sono ancora oggi visitabili in alcuni conventi e monasteri, spesso riconvertiti anche solo parzialmente ad università e centri di ricerca. Ne è un esempio l’affascinante orto botanico ed orto medievale della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Perugia.

Dalle Repubbliche Marinare alle Farmacopee

Il XIII secolo è un momento di svolta per la pratica medica, allora ancora legatissima all’uso di spezie e piante. Grazie alle Repubbliche Marinare i commerci si intensificano, portando in occidente specie mai viste, originarie dell’Africa, del Medio-Oriente e dell’Asia.

Una prima rivoluzione che avviene contemporaneamente alla nascita in Italia ed Europa delle prime istituzioni universitarie. È grazie al sapere trasmesso in queste nuove istituzioni che nascono due importanti figure; quella dello speziale e quella dell’alchimista, antenati del moderno chimico.

Intorno al XV secolo la scienza delle piante medicinali si afferma definitivamente, anche grazie alla scoperta del continente americano, diventando oggetto di studio metodico e razionale.

Con l’invenzione della stampa e l’affermazione del metodo sperimentale, il campo farmaceutico diventa un vero e proprio ambito di competenza, che vede il suo massimo splendore nel XVII secolo, con la pubblicazione delle Farmacopee, testi normativi ufficiali redatti a livello statale, creati appositamente per garantire standardizzazione e qualità di ogni farmaco.

Dal metodo sperimentale ad oggi

Grazie al metodo sperimentale lentamente si modifica il modo di osservare e studiare le piante: nasce così la botanica come scienza separata dalla medicina.

Nel ‘700 continua questo complesso processo di divisione delle discipline, ancora oggi abbastanza evidente in ambito scientifico. Dall’alchimia infatti si va a generare la “iatrochimica”, disciplina che associava ogni patologia e processo fisiologico a fenomeni chimici.

Le donne ricominciano con grande fatica a rientrare palesemente in questo complesso mondo di studi, dal quale erano state escluse per molto tempo per ragioni prettamente sociali.

Dal XIX secolo in poi la medicina moderna, la chimica, la fisica, la biologia si sviluppano fino a diventare le scienze oggi conosciute, con tutte le più note scoperte proprie dell’800 e del ‘900, avvenute molto più rapidamente rispetto ai secoli precedenti.

Sembra una conquista ma qualcosa va effettivamente perso: l’artigianalità del percorso di studio e lavorazione e una forma di umiltà in passato presentissima nei confronti della natura.

Uso delle erbe nella tradizione umbra: perché l’Aboca Museum

Tutti questi avvenimenti storici, in particolare quelli risalenti al Medioevo e al Rinascimento vedono anche l’Umbria come protagonista.

La regione infatti, anche grazie alla propria posizione geografica ed alla radicatissima tradizione monastica è costellata di testimonianze di un passato fortemente legato alle erbe medicinali ed alimentari, che oggi resta vivo nell’attività quotidiana di numerose aziende del territorio, specializzate nella produzione di oli essenziali e cosmetici, o talvolta, come nel caso di Aboca, anche prodotti medicinali veri e propri.

Erbe aromatiche e ortaggi selvatici si possono trovare nella cucina tradizionale povera umbra. Solo per citarne alcuni, fra i P.A.T. (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) locali rientrano i broccoletti del Lago Trasimeno o lo Zafferano di Cascia.

In più, Hortuli Monastici e orti botanici costellano la cartina regionale, spiccando come attrazioni turistiche in molti luoghi sacri, come Assisi, o Perugia.

È quindi impossibile ignorare completamente il profondo legame della regione con la botanica ed il verde: un legame che può essere riscoperto proprio attraverso una visita presso l’Aboca Museum.

All’interno dell’Aboca Museum

L’esposizione museale dell’Aboca Museum si articola in due percorsi complementari, uno più moderno e recente, inaugurato nel luglio 2020, ed uno più collaudato, denominato Erbe e Salute nei Secoli, fortemente suggestivo.

Quest’ultimo in particolare si snoda nelle sale del secondo piano del prestigioso Palazzo Bourbon del Monte, una delle costruzioni rinascimentali meglio conservate del borgo.

Con facciata spiccatamente seicentesca, si affianca alla chiesa di San Rocco trasformando anche l’arrivo presso il museo in una piacevole immersione nella natura.

Il palazzo infatti fronteggia i Giardini intitolati a Piero Della Francesca, ben tenuti e dall’aspetto sofisticato.

Il percorso museale comincia già nell’ingresso, dove una vetrinetta presenta attraverso alcuni artefatti emblematici le varie sezioni dell’esposizione:

  • Sala sei mortai
  • Sala delle ceramiche
  • Stanza dei vetri
  • Stanza delle erbe
  • Antica spezieria
  • Laboratorio Fitochimico
  • Cella dei veleni
  • Farmacia dell”800
  • Shop Aboca

In un percorso ordinato e strutturalmente completo, il visitatore viene trasportato lentamente nel mondo delle erbe e della loro lavorazione, quasi come in un’immaginaria macchina del tempo che solo lentamente lo riporta poi alla realtà del presente.

Sala dei mortai

Alla prima sala del percorso si arriva attraverso una delle tante scalinate del Palazzo Bourbon, sulle cui pareti fanno mostra di sé splendide tavole botaniche tratte dagli erbari storici del museo.

Terminata la breve salita ci si ritrova in un’ala che sembra provenire da altri tempi: è appunto la sala dei mortai, completamente dedicata ad uno degli strumenti più importanti per la figura dello speziale.

Il mortaio è stato per secoli uno strumento comune a molte pratiche artigianali e quotidiane, in cucina, nelle botteghe degli artisti ed in medicina. Quasi in tutte le case facoltose ne esisteva uno.

Anche se qualsiasi materiale è stato utilizzato per la costruzione di questi preziosi strumenti, la materia prima di eccellenza per la realizzazione di tali oggetti, nella lavorazione delle spezie, per molti secoli è stata il bronzo. Questa lega infatti assorbe meno di qualsiasi altra aromi, odori, sapori e sostanze residue dei prodotti lavorati al suo interno, perciò veniva scelta.

A forma concava, il mortaio veniva forgiato nelle botteghe dei bronzisti, utilizzando lo stesso stampo delle campane.

Fino al 1400 aveva inoltre una forma molto semplice e lineare, senza fronzoli. Diventò uno strumento anche decorativo e carico di simbolismo solo dopo il XV secolo.

Nella sala dei mortai il cambiamento di aspetto di questo oggetto nei vari secoli diventa evidente, facendo comprendere la grande importanza anche di alcuni simboli molto cari agli speziali nelle epoche. Tra questi, delfini e anfibi come i coccodrilli, simboli di prosperità, perfezione e fertilità data la loro associazione e dominanza dell’elemento acqua, essenziale alla crescita delle piante.

Stanza della storia

Il viaggio museale continua nella stanza della storia, una piccola porzione del percorso dedicata all’esposizione di erbari e florilegi antichi con colorazioni originali dell’epoca.

I testi raccontano come nel tempo la descrizione delle piante e delle loro proprietà sia diventata sempre più accurata, quasi fotografica.

L’erbario figurativo, differente invece da quello contenente esemplari di varie specie vegetali essiccate, serviva infatti a riconoscere senza dubbi e tentennamenti una pianta, non solo nel suo aspetto, ma anche nelle sue possibili proprietà.

Gli autori della maggior parte dei testi esposti erano uomini e studiosi. Come accennato infatti, lo studio delle erbe era una pratica per lo più monastica, poi universitaria, ed era perciò prerogativa del sesso maschile.

Vi è però nella collezione Aboca un erbario di pregio, inusuale, scritto e disegnato da una donna, Elizabeth Blackwell. Il volume ha una storia affascinante alle proprie spalle che incuriosisce piacevolmente il visitatore.

La sala delle ceramiche

L’arte delle terrecotte e la farmacia si sono evolute in contemporanea per secoli.

I cambiamenti avvenuti in entrambe le discipline sono splendidamente evidenti nella sala delle ceramiche dell’Aboca Museum, nella quale, all’interno di alte vetrine, troneggiano vasi, otri e albarelli d’epoca, riccamente decorati secondo le tipicità del periodo storico e delle peculiarità del realizzatore dell’oggetto.

Ogni ceramista infatti aveva il proprio stile, i colori preferiti e distintivi, e veniva scelto non solo per le proprie capacità artigianali ma anche per il prestigio raggiunto.

Il legame fra lavorazione delle erbe medicinali e ceramica è antichissimo e risale molto probabilmente a prima dell’XI millennio a.C.

Osservando gli oggetti custoditi nella sala possono essere notate le variazioni nella finezza della decorazione e soprattutto nella sofisticatezza della tecnica di impermeabilizzazione del contenitore.

Le ceramiche più notevoli della collezione sono certamente quelle risalenti al Rinascimento centro-italiano. Spiccano i decori floreali e quelli raffiguranti santi, spesso invocati da speziali ed erboristi nell’uso della data spezia conservata per la cura delle malattie. Ad ogni male ed erba veniva spesso infatti associato, tradizionalmente, uno specifico beato.

Stanza dei vetri

Altro materiale molto utilizzato nella storia per la conservazione delle erbe è il vetro.

Facilmente modellabile, è fra le materie prime più opportune ancora oggi per il mantenimento delle spezie, anche in ambito farmaceutico.

All’interno della stanza dei vetri si scoprono le funzioni di tutta una serie di artefatti, non solo in vetro.

Se a colpire l’occhio sono subito grandi vasi con coperchio, decorato da frutti realistici, osservando più attentamente il visitatore può fare la conoscenza con antichi tiralatte, anche di notevoli dimensioni, utilizzati dalle balie o con coppette per il salasso, tecnica medica praticata per secoli fino all’affermazione della medicina moderna.

Un po’ defilati nella stanza sono presenti anche strumenti di laboratorio e un sorprendente libro scrigno, probabilmente un semplice libro modificato per contenere segreti e boccette dal contenuto pericoloso o molto prezioso.

distillatore - aboca museum - realUmbria

Stanza delle erbe e antica spezieria

Gli ambienti più suggestivi del percorso Aboca Museum sono certamente la stanza delle erbe e l’antica spezieria.

In queste due camere sono costruiti con dovizia di particolari i due tipici luoghi di lavoro dello speziale propriamente detto.

Il soffitto della prima stanza è ricoperto da mazzi di piante medicinali in essiccazione, variopinte e profumate, che generano un’atmosfera quasi magica.

Sembra di ritrovarsi improvvisamente in un film in costume.

Alle pareti figurano invece utensili per la lavorazione e contenitori di differenti spezie e piante trinciate o in polvere. Alcune sono associate anche alla spiegazione del trattamento, in particolare quelle relative al momento della raccolta di alcune erbe.

La tecnica era infatti essenziale al raggiungimento di una qualità ottimale del prodotto finito.

Alcune modalità di raccolta prevedevano anche rituali quasi stregoneschi, come quello tipico della raccolta della mandragora. Si riteneva infatti che questa pianta emettesse, una volta strappata alla radice, un urlo lacerate. Era quindi necessario adottare tutta una serie di precauzioni per non rimanere assordati dal grido.

Entrando nell’antica spezieria invece si viene colpiti da curiose strumentazioni e contenitori di dimensioni piuttosto notevoli.

L’oggetto più impressionante è certamente il grande distillatore, tipico delle botteghe laboratorio erboristiche sin dal Medioevo.

Ma l’apparato strumentale di bottega era ampissimo e prevedeva anche alcuni utensili sfruttati per l’astrologia, non solo per la produzione di medicamenti e rimedi.

Orbitavano nel laboratorio il capo bottega, un po’ mago e un po’ medico, ed altre figure collaboratrici. Ad esempio, alcune lavorazioni venivano affidate al così detto scemo del villaggio, spesso citato in letteratura e nel parlato comune con un’accezione negativa e dispregiativa.

Nel laboratorio però, dal Medioevo fino alla scomparsa di questi centri importanti per le piccole comunità, persone affette da problemi psichici trovavano il proprio ruolo, spesso anche grazie alle caratteristiche fisiche, piuttosto favorevoli all’esecuzione di lavori pesanti.

Erano presenti in queste botteghe anche differenti tipologie di forni.

Nel ‘600 e nel ‘700 in particolare divenne evidente e frequente la distinzione di due tipi di lavorazioni, con forni fissi o con forni trasportabili, in terracotta e ferro.

Ma cosa veniva preparato in questi grandi laboratori?

Molto dipende dal periodo che si prende in considerazione, ma le formule più interessanti sono probabilmente quelle risalenti al 1600:

  • liquidi: come acque distillate, elixir (anche detti quintessenza), spiriti , sciroppi e mieli, oli, tinture, …
  • preparazioni molli: laudani, balsami, Lohocs, cataplasmi, uguenti, …
  • formule solide: pillole e capsule, fiori essiccati, sali, saponi masticatorii, sparadrappi…

Le differenti unioni fra liquidi e piante, correttamente lavorate, portavano alla realizzazione di veri e propri “farmaci”, non necessariamente nell’accezione corrente del termine, che talvolta venivano anche personalizzati sulla base delle esigenze del singolo individuo.

La ricerca di differenti metodi di preparazione e formulazioni sempre più efficaci non si è mai interrotta modificando però molto le proprie modalità di esecuzione nel tempo. È ciò che viene mostrato nella penultima sala del percorso antico dell’Aboca Museum: il laboratorio fitochimico.

Laboratorio fitochimico

Un periodo essenziale, che modifica radicalmente l’approccio alla cura e all’utilizzo delle sostanze contenute all’interno delle piante, è l’800.

Nel XIX secolo avviene il passaggio alla modernità, e l’arte dello speziale lascia il posto alla chimica farmaceutica. Gli strumenti di estrazione e lavorazione diventano sempre più piccoli e si integrano con altri mezzi e strumenti fisici più tecnologici.

Le scoperte scientifiche diventano motivo di orgoglio internazionale, come la scoperta di nuovi farmaci e cure. Lo testimonia ad esempio un medagliere contenente decine di riconoscimenti, esposto in questa stanza.

Il cambiamento di visione comporta inoltre la distinzione tra chimico e farmacista.

Il chimico lavora in un laboratorio appunto, mentre il farmacista esercita in un vero e proprio negozio, l’ultima stanza del percorso.

La farmacia dell’800

Effettuando quasi un inchino alla scienza si termina il percorso attraversando una piccola porta bassa, tipica delle antiche farmacie, e si accede a una stanza completamente rivestita ii legno e vetrate, tutte contenenti ampolle, piccoli vasi, contenitori in legno.

La farmacia dell’800 esposta presso l’Aboca Museum è una reale struttura precedentemente operativa a Todi, realizzata in stigli di pino.

Nella farmacia era presente un banco di lavoro centrale, per la pesatura dei vari medicinali e ulteriori attività di contrattazione e servizio al cliente.

Colpisce nella farmacia un grande albarello con una scritta “Theriaque”, Teriaca, una preparazione antichissima e utilizzatissima, diffusa praticamente in tutto il mondo anche in civiltà non a contatto tra di loro, dalla ricetta estremamente complicata.

Poteva contenere fino a 990 ingredienti ed era praticamente consigliata come panacea di tutti i mali. Il suo uso centenario e massivo terminò solo con l’avvento della medicina moderna.

Altri prodotti incuriosiscono l’osservatore più attento e fanno riflettere su quanto la medicina sia cambiata in pochi decenni. Ad esempio in una delle vetrine troneggiano nella loro confezione professionale delle sigarette allo stramonio.

In passato venivano commercializzate in farmacia: oggi sono vietate. Lo stramonio è infatti un potente allucinogeno.

Novità all’Aboca Museum

Oggi la medicina è profondamente cambiata. In alcuni casi le si rimprovera anche di aver “giocato a fare Dio”, oltrepassando senza remore barriere etiche, sociali, ecologiche ed economiche.

Il ricordo di quello che le erbe erano per la salute può riportare l’essere umano a riflettere sull’importanza delle preparazioni naturali nella medicina preventiva, complementare alla medicina oggi più tradizionale, concentrata maggiormente sulla cura.

Aboca Museum esiste anche per questo: come luogo di riflessione e rappresentazione di un’altra faccia della terapia. Per attualizzare ulteriormente il percorso è nata l’area museale interattiva al primo piano di Palazzo Bourbon del Monte.

Il nuovo spazio, inaugurato nel luglio 2020, descrive le attività più recenti di Aboca, numeri e statistiche relative alle produzioni aziendali e le tecniche produttive più moderne utilizzate da Aboca per realizzare i propri prodotti naturali.

Un completamento gradito e creato con accuratezza, che arricchisce la visita fornendo importanti elementi di trasparenza della filiera e un ulteriore spunto di riflessione.

Come si svilupperà la farmacologia ora che più che mai la natura richiede rispetto e attenzione?

sigarette allo stramonio - aboca museum - Real Umbria

Per maggiori informazioni sull’Aboca Museum e sulle sue attività:

Sito web: https://www.abocamuseum.it/

Telefono: +39 0575 733589 

Facebook: https://www.facebook.com/abocamuseum.it/

YouTube: https://www.youtube.com/user/aboca09?feature=watch