“È una vergogna! È mai possibile che nel 1777 dobbiamo ancora subire le angherie ed i soprusi di quei parassiti della società? Devo ancora capire in cosa siano nobili, a parte le vecchie case polverose di famiglia in cui abitano”, borbottò quasi gridando un uomo sulla quarantina nel suo panciotto azzurro. Aveva il volto cicciottello sudato ed arrossato.

“Teatro del Pavone della nobile Accademia del Casino”, decantò lentamente, gesticolando e percorrendo da capo a capo la stanza ben arredata dove si trovava. “Bleah!” sputacchiò, “riuscite ad immaginare un nome più pomposo? I pavoni sono loro!” terminò, gettandosi di peso sul velluto rosso bordeaux di una chaise longue .

“Buono Marco. Non ti agitare”, rispose un uomo occhialuto alla scrivania, “Non capisco per quale motivo ti scaldi tanto. È una questione molto fastidiosa, non dico di no, ma non giustifica un atteggiamento così incontrollato. Dopotutto si tratta solo di guardare gli spettacoli dal loggione. Non è poi così male….In quel teatro, alcuni palchetti hanno una pessima visibilità. Non li prenoterei neanche sotto tortura. Magari fai come me che in teatro, al momento, non ci vado proprio, se non per ragioni di estrema necessità”.

L’intellettuale disse tutto questo senza alzare lo sguardo  dall’importante lettera che stava scrivendo. Le insulse lamentele dell’amico non potevano certo distrarlo dai suoi affari. Quelli, sì , che erano davvero importanti.

“Non lo capisci? Non lo capisce!” confutò il quarantenne disperato, girandosi verso un altro giovane uomo biondo e di bell’aspetto, seduto accanto alla finestra. Questi si alzò  e si avvicinò con passo felpato all’uomo con gli occhiali.

“Cerca di capirlo, Marco, Luigi ha giù una miriade di contatti. Non ha certo bisogno di fare conoscenze …”. Afferrò la lettera che l’uomo stava ancora scrivendo e cominciò a leggerla con voce teatrale:

Mia amata, amatissima, Giulia, qui a Perugia la vita è così vuota senza di te!… amico mio, a me pare che ci sia parecchio da fare invece.”

Luigi rincorse il ragazzo afferrando con un gesto secco la missiva: “Quali idiozie vai blaterando! Sacripante! decisamente non sono io quello che corre dietro alle Giulia della città. Anche se ancora non mi pare ne abbiate trovata nessuna capace di conquistare il vostro cuore di pietra, soprattutto il tuo Giacomo”.

Luigi si risedette e ricominciò a scrivere burbero.

“Oh, come sei romantico e premuroso…” lo schernì il biondo con espressione sognante, sbattendo rapidamente le ciglia e tenendosi il viso fra le mani.

Dall’altro lato il quarantenne continuava a scuotere la testa.

“Non capisce, non capisce, non capiscono…”. ripeteva borbottando come in un moto perpetuo di incomprensione, tenendosi la testa.

Giacomo lo raggiunse. Si sedette di fronte all’uomo sopra una sedia in legno.

“Allora, invece di continuare a ripetere che non comprendiamo, il che è evidente, perché non cerchiamo una soluzione a questo problema che, per te, sembra fondamentale?”

“Eh… vedi che non capisci?”

“La nobile accademia del piffero vuole tenerci fuori dal suo teatro, giusto?”

“Si…” confermò Marco sconsolato.

“E, quando ci permette di entrare, ci posiziona nei loggioni, dove conoscere qualcuno di interessante e vedere lo spettacolo in modo soddisfacente è praticamente impossibile, giusto?”

“Giusto” assentì ancora.

“E allora stiamo fuori da quel teatro e costruiamone uno nostro! Semplice…” batté le mani sulle ginocchia e si alzò, “Ecco fatto!”. Per lui, con questa semplice idea, la questione era conclusa ed il problema era già risolto.

Il quarantenne, parzialmente rincuorato rispose: “Non è un’idea malvagia ma… come faremo a presentare una memoria credibile al governatore? Siamo solo in tre!” e si riaccasciò su se stesso.

“In due!” precisò Luigi ancora chino sul proprio scrittoio.

“Appunto…” sbuffò Marco.

Giacomo rifece uno dei suoi agguati all’amico occhialuto. Lo afferrò per le spalle e gli disse mellifluo: “ no, no… siamo in più di tre, vero Luigi?”

Aumentò la pressione della propria stretta. Luigi, gracilino di costituzione, provò comunque a divincolarsi dalla stretta e ad alzarsi. Non ci riuscì. Aveva già capito cosa Giacomo voleva da lui.

“Il nostro Luigi è un uomo di mondo e ha molti, moltissimi amici. Ci aiuterà a convincerli a partecipare a questo innovativo progetto, non è vero?”

Il biondo ,con un sorriso beffardo, forzato,  smise di torturare le spalle dell’intellettuale che finalmente riuscì a girarsi.

Guardò Marco, il quale, nel frattempo, aveva alzato la testa speranzoso. Non salmodiava più.

Giacomo dietro di lui sembrava pietrificato nella sua spavalderia e lo fissava.

Luigi cadde nella trappola. Dopotutto , un teatro della borghesia non poteva che giovare ai suoi affari, soprattutto se lui stesso se ne fosse fatto promotore direttamente. Fu così che cominciò a scrivere lettere e a fare visite di cortesia ad alcuni fra i personaggi più scaltri e illustri di tutta la città di Perugia.

acquarello - teatro civico del verzaro

Dopo un enorme e faticoso lavoro di convincimento, contro  ogni aspettativa, il 21 dicembre 1777, Luigi Pacini aveva riunito nella propria casa venti borghesi perugini ben abbigliati, avvolti nelle loro camicie piene di pizzi e volant.

La riunione serviva a mettere insieme i venti carati necessari alla formazione ufficiale della “Società per l’edificazione di un nuovo teatro”. Così la chiamarono negli atti di costituzione legale.

Luigi non immaginava davvero di ottenere un successo del genere. La sorpresa fu ancora più grande quando l’illustre Capitano Vincenzo Tini e l’egregio Professor Annibale Mariotti accettarono di buon grado di partecipare all’iniziativa.

Di più, l’idea gli era piaciuta talmente tanto che si erano direttamente candidati come deputati della società. Avevano ottenuto la carica, naturalmente. Non si poteva rinunciare, certo, alla guida di una mente come quella del Professor Mariotti, così esperto di filosofia, poesia e medicina.

A dire il vero, a lui non si poteva rinunciare per un altro motivo:  conosceva tutti i componenti di spicco del movimento scientifico. Il sostegno di questi intellettuali, anche se solo verbale, era fondamentale per la riuscita del progetto.

Quei debosciati di Giacomo e Marco avevano avuto ragione.

L’iniziativa fu un trionfo travolgente da ogni punto di vista. Solo l’anno dopo quella prima riunione in casa Pacini, nel 1778, la società aveva raggiunto il numero eclatante di ben novanta carati.

Ma… c’era un ma; la società proprio non si riusciva ad ottenere i permessi per erigere il teatro. Il posto dove costruire era stato trovato. Anche se con qualche problemino strutturale, non presentava difetti davvero degni di nota.

Il luogo scelto era un terreno appartenuto per lungo tempo alle sorelle Morandi. Era costituito da un paio di edifici abitabili ed un verde orto vicino Via del Verzaro. Nulla di eccezionale, ma l’architetto perugino Alessio Lorenzini vi aveva visto del potenziale e ne aveva disegnato una pianta interessante, simile a quella del Teatro, da poco realizzato, dei Rinnovati di Siena. Un luogo prestigioso ed innovativo.

La pianta c’era, l’edificio da ristrutturare pure. Mancava solo il permesso per cominciare e non era un problema da poco. Tutti i componenti della società erano preoccupati e si scervellavano per trovare una soluzione. Ogni riunione terminava con un nulla di fatto.

Solo una sera, durante una delle assemblee canoniche dei membri della società, Annibale Mariotti aveva fatto una proposta che avrebbe davvero potuto cambiare le sorti del progetto, ne era certo: interpellare la sacra Congregazione della Consulta. Era un importante organo amministrativo e giudiziario della curia romana collegato direttamente a niente di meno che… il Papa in persona! Un uomo così acculturato e potente non poteva ignorare la richiesta di tanti cittadini attivi e volenterosi, in una città devota come Perugia…

Il Professore aveva ragione.

La mattina dell’8 febbraio 1778, Annibale Mariotti, impegnato nella lettura di un nuovo trattato medico, sentì bussare alla porta del proprio studio. Aprì sbuffando.

“Avevo chiesto di non essere disturbato” appuntò al domestico che lo aveva importunato.

“Signore, è arrivata un messaggio urgente per voi”.

Annibale, ancora indispettito, afferrò la lettera arrivata e l’aprì.

Leggendola,  il fastidio scomparve ed il volto gli si illuminò.

Sussurrò: “ La Consulta ha concesso il permesso…”

“Mi perdoni signore, non comprendo”.

Mariotti alzò lo sguardo: “La consulta ci farà costruire un nuovo teatro!”, ripeté pieno di gioia, scuotendo per le spalle il domestico. Egli non fece in tempo a rispondere “Magnifico! Signore!”. L’intellettuale si era già precipitato fuori dall’abitazione per comunicare di persona ai membri più illustri della Società la splendida notizia. Quasi saltellava per la soddisfazione. Il sogno, nato dall’ingegno e dall’amore per la cultura di un semplice gruppo di uomini volenterosi stava diventato realtà!

teatro civico del verzaro - Teatro Morlacchi 2021

Dopo l’approvazione, la realizzazione dell’edificio divenne mattone in pochissimo tempo.

Nel 1781, il consenso si tramutò addirittura nella promozione della “Società per l’edificazione di un nuovo teatro” ad ente morale. Fu Papa Pio VI in persona a volerlo.

I lavori del teatro, denominato Civico del Verzaro, iniziarono nel 1778. Furono conclusi in soli 3 anni.

Un record assoluto, sulla bocca di tutti i cittadini la sera del 17 settembre 1781. Un record divisivo.

Tutta la borghesia perugina, il 17 settembre, si era riunita davanti al nuovo teatro:  le giovani imbellettate nelle gonne imbottite, le loro madri dalle acconciature elaborate, figli e padri strizzati in preziosi giustacuore. C’erano tutti all’evento del mese, che da settimane faceva parlare di sé.

“Sapete che potrà ospitare fino a milleduecento spettatori? “ raccontavano esaltati i signori nei salotti, “e lo scenografo sarà Baldassarre Orsini” constatavano poi.

“La prima opera ad essere rappresentata sarà la Didone Abbandonata di Pietro Metastasio. Canterà anche il tenore Giacomo David”, cinguettavano invece le borghesi, “Hai mai letto di lui cara? È veramente un cantante sublime. Si è esibito anche al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia. Non possiamo assolutamente mancare” terminavano accaldate al solo pensiero, sventolandosi con i leggeri ventagli decorati.

Un vero delirio, che quel 17 settembre aveva portato a teatro una folla eccitata.

Un atto politico e culturale fatto di pietre e stucchi si ergeva di fronte agli spettatori.

Un teatro per la borghesia ed i borghesi.

Un chiaro segnale di cambiamento.

Il pomeriggio di quel memorabile giorno anche un suonatore di violino della Cattedrale di San Lorenzo, passato a trovare un collega in prova al Civico del Verzaro, si  era accorto della rivoluzione.

Entrato nel palazzo era stato  completamente rapito dalla geniale sala a ferro di cavallo, di cinque ordini di palchi, progettata da Alessio Lorenzini.

Camminando per la platea, cominciò a sognare, osservando i sedici cammei della volta del sipario e i medaglioni di Carlo Spiridione Mariotti.

Anche i parapetti dei palchetti di Giovanni Cappelli e gli stucchi di Giovanni Battista Cronici erano uno spettacolo divino. Lasciavano senza fiato anche nel silenzio della sala vuota e priva di musica.

Il musicista pensò che forse qualcuno avrebbe riempito di suoni innovativi quel luogo, qualcuno di molto vicino… ma non lui. Dopotutto era solo un modesto violinista di cappella di nome Alessandro Morlacchi.

Ma allora chi? Perché sentiva chiaramente che quel luogo, il teatro Civico del Verzaro, aveva un legame fortissimo con lui ed il suo nome?

Non lo comprese mai, ma aveva ragione.

90 anni dopo, nel 1874, le pareti e le sale di quei muri del suono furono intitolate ad un grande operista della città: suo figlio, Francesco Morlacchi.

Il Civico del Verzaro divenne semplicemente il noto Teatro Morlacchi.