Quando si pensa all’Umbria, viene subito in mente la terra dei santi, delle architetture medievali e della pittura giottesca. In realtà non tutti sanno che il territorio raccoglie anche numerosi scrigni dedicati all’arte contemporanea.

Proprio per questo mi vorrei soffermare a Città di Castello, parlando di una collezione di notevole interesse che raccoglie l’opera di uno degli artisti materici più importanti del Novecento, Alberto Burri. Entrando nella città immersa nella verde campagna umbra, si vede spuntare come fosse un’astronave il gigante nero dei capannoni che l’artista volle come ultima dimora della sua produzione: la Collezione che porta il suo nome. Fu Alberto stesso che nel 1978 creò la Fondazione Burri, alla quale donò 32 delle sue opere. 

LE SEDI ESPOSITIVE NELLA CITTÀ

Il circuito museale raccoglie tre sedi differenti. La prima è ospitata nel quattrocentesco Palazzo Albizzini e comprende 150 opere datate dal 1948 al 1985, ordinate cronologicamente in 20 sale. Nelle opere qui esposte il pittore indaga le capacità espressive di alcuni materiali di uso quotidiano: pietra pomice, bitume, sabbia, segatura, sacchi logori, lamelle di balsa, vecchie stoffe di ogni tipo, lastre di ferro, fogli di plastica, senza mai snaturarne la loro essenza. Vi sono capolavori come Catrami, Muffe, Gobbi, Sacchi, Legni, Ferri, Combustioni, Cretti e Cellotex, oltre ai bozzetti per scenografie ed alcuni esempi della produzione grafica.

Nell’immediata periferia della città, si prosegue con la sede degli Ex Seccatoi del Tabacco, inaugurata nel 1990 e che costituisce un esemplare recupero di archeologia industriale operato per volontà di Alberto Burri che li ha immaginati come luogo adatto ad ospitare le sue ultime creazioni. Sono esposte 128 opere realizzate fra il 1974 e il 1993. Nei sotterranei degli immensi Ex Seccatoi sono conservate altre 196 opere create fra il 1957 e il 1994.Complessivamente le tre sezioni espositive costituiscono la raccolta più esaustiva del lavoro di Alberto Burri. 

Infine completa e arricchisce la visita la Sezione documentaria. Qui si entra in un enorme salone dove grazie a tre chilometri e mezzo di fibra ottica, gli schermi appaiono sulle pareti in fila, come al piano superiore le opere dei cicli di Burri. Ma basta un clic per esplorare migliaia di foto, di video documenti, di testimonianze frutto di anni di minuziosa ricostruzione, come fosse una biblioteca multimediale in una esperienza totalmente immersiva che va dal 1947 al 2017. Inoltre nella sala cinema è presente una cartina del mondo che mostra i 115 luoghi, da Città di Castello all’Argentina, che oggi ospitano le sue opere. 

LA CONCEZIONE PANTEISTICA DELLA MATERIA

La grandiosità come artista, come si evince nel visitare la collezione tifernate tutta da scoprire, risiede nel fatto di essere stato un pioniere quando scelse di abbandonare l’antico strumento del colore ad olio, adottando materiali poveri rivestendoli di valenze esistenziali. Un’arte che cercò di elaborare un nuovo linguaggio espressivo e che certamente contestò la levigata perfezione dell’universo meccanico in cui viviamo. Burri propone allo spettatore un coinvolgimento non solo visivo, ha l’intenzione di mostrare l’opera d’arte come opera vivente, non più superficie passivamente osservabile, ma come organismo in vita.

Per informazioni sui giorni di apertura al pubblico, orari e mostre in corso, consultare il sito dedicato www.fondazioneburri.org