Soffre, la malattia agli occhi lo tormenta, sta perdendo quasi del tutto la vista, il suo stato di salute è in continuo peggioramento.

Eppure è proprio in questo duro travaglio che Francesco sente più forte la presenza di Dio, riconoscendola nitidamente in ogni parte del creato, e matura l’idea di scrivere il celebre “Cantico delle Creature”: un testo universale, nato per essere cantato, una lirica semplice e travolgente che racchiude in sé il vero spirito del francescanesimo. In questi versetti limpidissimi e cristallini Francesco spalanca le porte della sua interiorità senza remore, nell’intento catartico di purificare l’animo dell’uomo di ogni tempo, conducendolo sulla via dell’Altissimo attraverso un canto gioioso incentrato sulla necessità della devozione a Dio, che va lodato sempre, per ogni elemento naturale, per il dono della vita e persino per l’ineluttabilità della morte.

Dal punto di vista prettamente letterario si tratta di un componimento di grande spessore, scritto in un volgare umbro con tratti tipici dell’assisano medievale (si pensi alla conservazione delle finali di derivazione latina in -u) ricco di provenzalismi e latinismi, specchio di una cultura ampia e frutto di un’ispirazione supportata da una rara capacità comunicativa. Rivoluzionario in tutto, lo è anche nell’impiego di una lingua volgare che deve necessariamente limare, reinventare, rendere comprensibile ai più, al fine di diffondere il messaggio evangelico nella maniera più incisiva possibile. Ed è così che Francesco abbandona intenzionalmente la lingua della tradizione (latino) in favore di una lingua “nuova”, un volgare letterario che potremmo definire “illustre”, in quanto epurato dai tratti più spiccatamente dialettali, andando ad assemblare i meravigliosi versetti (più precisamente si tratta di una prosa assonanzata e ritmata) di quello che è giustamente considerato uno dei più antichi testi della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Quel linguaggio avvolgente e austero, altamente evocativo e quotidiano allo stesso tempo, conserva ancora oggi tutta la sua forza originaria, risultando non solo perfettamente comprensibile, ma anche attualissimo per ciò che concerne il messaggio che ha la funzione di veicolare: tutto scaturisce da Dio e l’uomo non può che prenderne atto, con estrema umiltà. L’assisiate riesce nell’intento di amplificare e dare nuova linfa ai contenuti del salmo CXLVIII, principale fonte d’ispirazione del componimento, plasmando un canto che avrebbe dovuto incidere profondamente nell’animo umano, facendone risuonare le corde più intime, elevandolo a Dio attraverso la musica.

Non potendo stabilire con esattezza il lasso di tempo necessario alla stesura e alla revisione definitiva del testo risulta difficile identificare una cornice precisa, sebbene la critica più attenta abbia da sempre proposto San Damiano di Assisi o San Fabiano a Rieti (attuale Santa Maria de la Foresta). Se teniamo fede alla prima agiografia del Santo, scritta da Tommaso da Celano, l’anno centrale per la composizione del Cantico, collegata a una visione celeste in una notte di violente sofferenze, sarebbe il 1225. In questo periodo Francesco, nel tentativo di porre rimedio al tracoma agli occhi che non gli dà tregua, frequenta entrambi i luoghi. A San Damiano soggiorna diversi mesi. Qui risiedevano Chiara e le Povere Dame di San Damiano, alle quali Francesco invia parole che fanno esplicito riferimento alla sua sofferenza e alle sue infermità. La successiva presenza di Francesco a Rieti è strettamente legata alla necessità di curare la malattia agli occhi. L’intervento di cauterizzazione del tracoma fu effettuato presso Fonte Colombo da un medico molto esperto nella cura di tale patologia. Nell’attesa di sottoporsi all’operazione San Francesco soggiorna per qualche tempo a San Fabiano, nei pressi di Rieti, insieme ai quattro fratelli Leone, Bernardo, Angelo e Masseo.

La primitiva chiesetta esistente al tempo di Francesco è oggi inglobata nel santuario di Santa Maria de la Foresta, un luogo ameno e silenzioso, circondato da boschi di castagni e roveri. Il bel gruppo scultoreo dell’artista Lorenzo Ferri, posizionato tra gli alberi che si innalzano nello spazio antistante al santuario, commemora la stesura del Cantico: San Francesco è rappresentato al centro, con le braccia rivolte al cielo, mentre un fratello accompagna il canto con la cetra. Poiché dalla Compilazione di Assisi e da Tommaso da Celano sappiamo che nello stesso anno risiede anche nella città di Rieti, ospite di Tebaldo Saraceno, al quale esprime il desiderio di ascoltare la musica di una cetra, è probabile che l’episodio sia da ricollegarsi al progetto comunicativo dell’assisiate e dunque alla redazione di alcune parti del testo in esame. Il dibattito legato ai luoghi del Cantico non è questione assolutamente da dirimere, non solo perché potrebbe essere stato scritto a più riprese, ma anche e soprattutto perché quello che davvero conta è il profondo messaggio di redenzione che Francesco gli affida. E l’autore del Cantico, l’ideatore del primo presepe, il ribelle che ha segnato in maniera indelebile il cristianesimo, non è certo l’ingenuo giullare che ci propina tanta parte della cinematografia. Francesco è geniale, poliedrico, comunicatore senza pari e, non da ultimo, scrittore di altissimo profilo, autore di un meraviglioso testo che ha segnato non solo le coscienze degli uomini, ma anche la storia della letteratura italiana.

Attribuzione immagini

Le fotografie del gruppo statuario e del santuario di Santa Maria de la Foresta sono di Alessandro Giampietri (www.ag-fotografia.it )

Berthold Werner, Public domain, via Wikimedia Commons