Ho iniziato a riflettere su come raccontare la vita e le opere della poetessa perugina Maria Alinda Bonacci Brunamonti, ho immaginato che sarebbe stato bello farla parlare della sua esistenza, leggere le di lei parole o addirittura intervistarla.

Dunque, non avendo ancora la capacità di riportare in vita i morti, è con l’uso della prima persona che ho voluto procedere: prestare la mia penna, o forse è il momento di iniziare a dire la mia tastiera, al suo racconto, senza arrogarmi nessun diritto di fantasia ma cambiando solo la modalità di narrazione. L’unico scopo è quello di rendere la sua figura più incisiva e viva di quanto già non sia, con l’ovvia speranza di riuscire a farlo. 

Buona lettura.

Maria Alinda Bonacci Brunamonti è il patronimico che mi porto appresso, chiedo venia, che mi portavo appresso, ma chiamatemi, voi che ancora mi leggete, Alinda. Sono nata da genitori marchigiani e fin quando ero viva, prima di lasciare il mondo per un crudele ictus, la mia terra è stata l’Umbria. Ho fatto della scrittura l’arma della mia anima, declamando come San Francesco D’Assisi le creature del cosmo ho trovato la libertà.  

L’anno della mia nascita risale al lontano 1841, a Perugia, proprio lì dove sono morta nel 1903 e laddove tuttora riposo. 

Non posso negare di aver avuto un ruolo privilegiato nella società del tempo, in quanto donna diversamente dalle altre mi è stato concesso il lusso dello studio. Grazie a mio padre Gratiliano Bonacci di Recanati allora docente di retorica presso il Collegio della Sapienza di Perugia, ebbi  la mia istruzione. Colei che invece spinse per la scrittura fu mia madre Teresa Tarulli di Matelica, difatti ancora giovane fanciulla iniziai a comporre versi a tema religioso, argomento quest’ultimo che mai trascurai.  In nessun caso persi la fede, nemmeno nei momenti più tragici della vita come la morte prematura di mio figlio Fausto, aveva soli cinque anni. 

Alcuni periodi della mia vita li passai a Foligno prima a Recanati poi, proprio nella città di Giacomo Leopardi mi lasciai ispirare dalla sua poetica per comporre Versi Campestri, pubblicati nel 1876. 

La vita perugina del tempo era notevolmente tumultuosa, il risorgimento bussava a buon diritto alle porte della città, i perugini erano pronti ad accoglierlo e a contestare il dominio dello Stato della Chiesa. Papa Pio IX, reagì con violenza, ordinò alle sue truppe di occupare la città e di massacrare i civili ribelli. Il patriottismo volle allora insinuarsi nelle mie vene, così è nata la mia opera Canti Nazionali, pubblicata nel 1860 conta versi di carattere patriottico e antipapale.

Come precedentemente scritto, rispetto alle altre donne godevo di più concessioni, difatti sempre nel 1860, durante il plebiscito di conferma dell’annessione al Piemonte di Umbria e Marche, fui l’unica donna ad avere il diritto di voto. Era un mio desiderio, di non facile realizzazione. 

 

Nel 1869 tornai a risiedere nella dolce Perugia. Ho sposato Pietro Brunamonti e scegliemmo di  vivere nell’incantevole Via dei Priori proprio al centro della viva città.

La scrittura era complementare alla mia vita,  vivevo e scrivevo, scrivevo e vivevo. Elegie, lettere, prosa e i miei saggi di botanica sono carta viva che perdura in un nuovo millennio a me sconosciuto. 

Durante i mie soggiorni fra la campagna di Trevi e quella di Bevagna ho potuto osservare la flora umbra. Esplorare la natura minuziosamente, descriverla e con diletto dipingerla, è grande gioia concessa al mondo dei vivi. 

Ebbi la fortuna di fare la conoscenza di intellettuali a me affini, diventati successivamente cari amici, ricordo con tenerezza Andrea Maffei, Giacomo Zanella o il caro Antonio Stoppani. Ho saputo invece che altri intellettuali, come Benedetto Croce hanno definito il mio lavoro gelido a causa della mia reverenza spirituale. A quanto pare sono stata relegata in una letteratura di secondo piano, tacciata di provincialismo e sopravvalutata dalla critica del tempo a causa dell’insolita cultura per una donna della mia epoca. 

Naturalmente è sempre sottolineata nei miei scritti la mia estrema sensibilità, e provando a pensare come una donna dei tempi nuovi, non mi resta che meditare sul fatto che se fossi stata un uomo, la mia declamata emotività si sarebbe trasformata in uno scrupolosa osservazione della realtà. 

Credevo di finire nei libri di letteratura italiana studiati all’università, ma irrefutabilmente le mie opere sono state lette, dai più,  con poca attenzione e con molta superficialità. 

Ma tu lettore che sei arrivato fino a questo punto, sappi che nella Biblioteca Augusta di Perugia sono conservati i miei scritti e potrai leggermi se vorrai, e farti tu stesso l’idea di quanto io non sia stata sopravvalutata, ma al contrario, sottovalutata da questo tuo presente.