Correva l’anno 1848 quando Mihail Baric, segretario della Regia Cancelleria Ungherese e noto collezionista di antichità, riparò in Egitto, in fuga dalla rivoluzione che aveva investito Vienna.

Lì acquistò una mummia che all’apparenza non aveva nulla di particolare, ma che si sarebbe poi rivelata il più lungo e importante testo sacro etrusco a noi pervenuto. Non sappiamo con certezza da dove provenga la mummia, sebbene sia plausibile pensare a Tebe o ad Alessandria d’Egitto, luoghi al tempo oggetto di numerosi scavi e sicuramente frequentati dallo stesso Baric. Non sappiamo nemmeno il momento esatto in cui l’ex segretario, dopo aver posizionato la mummia all’interno della sua residenza viennese, decise di rimuovere le bende, nell’intento di presentarla ai visitatori come il corpo della sorella di Re Stefano d’Ungheria. Il “fortunato” collezionista morì nel 1859 e la mummia, dopo essere passata per le mani del fratello Ilija, nel 1867 fu donata dallo stesso all’attuale Museo Archeologico di Zagabria.

Gli inventari museali la descrivono in questo modo: “Mummia di giovane donna (con bende rimosse) che si trova in una teca di vetro ed è tenuta in piedi da un perno in ferro. Un’altra teca di vetro contiene i bendaggi, interamente coperti da scritte in una lingua sconosciuta, che rappresentano uno straordinario tesoro del Museo Nazionale”. Quella lingua sconosciuta non era egizia o copta, come si credette all’inizio, ma etrusca. A scoprirlo fu Jacob Krall, che per primo, nel 1892, tentò di ricostruirne l’aspetto e di comprenderne il significato. Il documento è stato in seguito studiato da molti insigni etruscologi, che ne hanno dato diverse letture, e tuttora costituisce una delle principali, più complesse e dibattute questioni di ermeneutica della lingua etrusca. Tutti concordano sul fatto che si tratti di un calendario rituale, che fissa su lino alcune fondamentali pratiche religiose etrusche. Roncalli sostiene che il testo, di non semplice interpretazione, fu scritto con ortografia etrusco-settentrionale nell’area compresa tra il Trasimeno e il Tevere in età ellenistica (II sec. a.C.; E. Benelli ritiene non prima della metà del II sec. a.C.). Secondo il celebre etruscologo, il liber linteus (un libro di lino con prescrizioni di carattere rituale), avrebbe avuto la forma di un codex dotato di pagine ripiegate “a fisarmonica” (altri pensano invece a un volumen, ma l’ipotesi sembrerebbe ormai da scartare).

Difficile ipotizzare che il testo rituale sia finito in Egitto per puro caso. Grandi studiosi come Van der Meer e Colonna hanno giustamente preso in considerazione la possibilità che una piccola comunità etrusca abbia raggiunto l’Egitto portando con sé il liber, forse in seguito alla caduta di Volsinii (Orvieto) o in concomitanza del Bellum Perusinum. Per Colonna non è escluso che si tratti degli stessi Volumni, che nel corso del II sec. a.C. interruppero inspiegabilmente l’uso del proprio monumentale sepolcro. Il mistero s’infittisce ulteriormente se pensiamo che il liber fu reimpiegato per mummificare una giovane donna egizia di età tardo-tolemaica, morta tra i trenta e i quarant’anni per cause naturali, e a questo fine ridotto in strisce con tagli che hanno grossomodo rispettato l’andamento delle righe del testo. Grazie a un frammento di papiro, anch’esso acquistato da Baric e verosimilmente riferibile allo stesso seppellimento (come forse anche un gatto mummificato, altre bende prive di scritte, una corona funeraria e un malridotto Libro dei Morti), possiamo proporre un’identificazione: si tratterebbe di Nesi-hensu, moglie di Paher-hensu, un “sarto divino” di Tebe. Il libro di lino etrusco era suddiviso in dodici riquadri rettangolari separati da linee rosse, ognuno formato da 34 righe, per un totale di 230 righe; le parole non sono tutte traducibili, alcune perché illeggibili, altre in quanto ancora sconosciute. Si tratta di prescrizioni che si riferiscono a una serie di riti da compiersi al di fuori della città, o presso un lucus (bosco sacro) o presso una necropoli, in cui sono presenti invocazioni a diverse divinità (Neθunśl, Veive, Lusa etc.) connesse a specifici atti e sacrifici loro dedicati (maiale o cane, quest’ultimo nel caso di divinità infere) seguiti da una libagione. Il testo è una testimonianza concreta della rigorosa normativa religiosa contenuta nei famosi libri rituales, che assieme ai libri haruspicini (trattati di aruspicina), fulgurales (legati all’interpretazione dei fulmini), Acherontici (con prescrizioni cerimoniali per i defunti e per l’Aldilà), fatales (riguardanti le norme oscure del fato) e agli ostentaria (cataloghi tipologici o calendari di prodigi), costituivano parte della vastissima e ancora ignota disciplina etrusca.

Nonostante esistano altri preziosi documenti utili alla comprensione della religione dei Rasna (si pensi alla Tegola di Capua o al Fegato di Piacenza, il cui studio ha consentito di ricostruire le corrispondenze individuate dagli etruschi tra microcosmo e macrocosmo, tra spazi celesti, terrestri e inferi), la nostra conoscenza dell’etrusca disciplina è ancora parziale e lacunosa, per buona parte non ricostruibile se non attraverso l’impiego di notizie provenienti da fonti scritte di epoca romana. Tra queste informazioni la più indicativa ai fini della generica definizione della religiosità di questo popolo si trova nelle Naturales quaestiones di Seneca (II, 32, 2): “noi pensiamo che i fulmini si producano a seguito dell’urto delle nubi; gli Etruschi invece credono che le nubi si scontrino perché si possano produrre fulmini: e infatti, poiché attribuiscono tutto alle divinità, sono convinti che le cose hanno un significato non perché avvengono, ma che esse avvengono in quanto portatrici di significati”. Da questo breve passo risulta chiaro non solo che secondo gli Etruschi tutto sarebbe frutto di una volontà divina da leggere e interpretare, specchio di un ordine necessariamente da rispettare, ma si evince anche il ruolo riservato in Etruria ai sacerdoti: solo loro potevano riconoscere e classificare correttamente i segni delle divinità (sulla base dell’osservazione del fegato, dei fulmini e dei tuoni etc.), assolutamente inesplicabili per l’uomo comune. Non dobbiamo dimenticare, a questo proposito, che la società etrusca era fortemente oligarchica e ovviamente riservava alla sola classe dominante l’aruspicina, ovvero la capacità di interpretare i segni divini, fatto che garantiva un controllo sociale non indifferente. Tra i pochissimi documenti che ci consentono di ricostruire – almeno parzialmente – la religione etrusca, il liber linteus della Mummia di Zagabria riveste un’importanza di primo piano, sebbene il suo studio ed esegesi siano in continuo aggiornamento e, in gran parte, ancora da farsi.