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Cerreto di Spoleto è un piccolo ma ben tenuto borgo collocato nei pressi del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Un paese di appena 1080 anime che ha resistito con tenacia al terremoto e che nasconde un’identità internazionale. Proprio da questo borgo parte la storia di un termine usatissimo nella lingua italiana: “ciarlatano”.

È una storia che mette in evidenza la capacità intrinseca degli abitanti della Valnerina di reinventarsi spesso nei secoli, per sopravvivere nelle accidentate terre attorno al fiume Nera.

“Ciarlatano”, un termine internazionale

La parola “ciarlatano” era utilizzata frequentemente nella lingua italiana già nel tardo ‘500. Oggi più che mai la si sente pronunciare leggermente mutata in molte lingue straniere. Anche non appartenenti al filone neolatino. Fra queste, l’inglese con il suo “charlatan”. il tedesco in cui invece si dice ” scharlatane”, il norvegese in cui è “sjarlatan”, il greco moderno, lo sloveno e molte altre.

Affascina come la lingua muti e si diffonda seguendo i flussi commerciali, partendo da luoghi oggi in qualche modo marginali, ma un tempo insospettabilmente noti ed importanti.

cerreto di spoleto

L’origine del termine

La dicitura “ciarlatano” è una contrazione di due termini: “ciarla” e “cerretano”, cioè l’abitante di Cerreto di Spoleto.

Un’associazione che si spiega solamente ricostruendo alcuni fatti storici che dal 1220 portarono i cittadini di questo piccolo castello a trasferirsi a Spoleto, in quella che ancora oggi è la via Cerretana, per l’appunto.

Non lo fecero per volontà ma perché persero, loro malgrado, la guerra con Spoleto. Dalla prima metà del XIII secolo la città costrinse gli uomini del castello sconfitto in guerra a trasferirsi nella via sopra citata. Oggi la si trova nei pressi dell’Ospedale Nuovo detto della stella e di quello di S.Matteo degli Armeni.

Spoleto vietò loro di svolgere qualsiasi professione tradizionale dell’epoca. Forse speravano in qualche modo di spegnere l’animo combattivo e versatile per il quale i cerretani erano noti.

Non ci riuscirono.

I cerretani a Spoleto misero subito in moto il proprio famoso ingegno e si rivolsero alla chiesa. Non potevano lavorare, nel senso tradizionale del termine, ma potevano servire le differenti parrocchie e monasteri del luogo, raccogliendo per loro conto le questue. Qualche volta certamente attingevano da queste offerte ciò di cui avevano bisogno per sopravvivere.

Girando casa per casa si specializzarono nella raccolta di questue in favore delle istituzioni ospedaliere, prima nel territorio dello spoletino e poi espandendosi molto oltre.

Arrivarono a servire anche l’ordine degli Antassiani di Vienne in Francia e l’ordine di S.Spirito in Sassia a Roma.

Dopotutto erano gente che ” ha una natural facondia e prontezza a discorrer et ragionare di ogni cosa”, citando monsignor Innocenzo Malvasia che scrisse dei Cerretani nel 1587. In poche parole, erano bravi a “ciarlare”.

Ma solo la loro capacità “intrallazzatoria” li fece associare al termine “ciarla”? Certamente no.

Ca' Rezzonico - Il Ciarlatano - Pietro Longhi

Con il tempo la missione caritativa dei questuanti cerretani mutò. Si arricchì, espandendosi sul territorio, di altre attività meno sacre e più ingannevoli. Prestazioni offerte naturalmente a pagamento. Più semplicemente cominciarono a falsificare documenti ed attestati, vendere false indulgenze o anche rimedi curativi di dubbia efficacia (a loro discolpa bisogna notare che al tempo nessun medicamento era certamente efficace. La medicina del tempo era in tutto o quasi empirica e imperfetta).

Tra il 1484 e il 1486 Teseo Pini, vicario generale della diocesi di Urbino e Montefeltro, elencò ben 39 tipologie di attività aggiuntive alla semplice questua, nel suo manoscritto De Ceretanorum origine eorumque fallaciis. Era un documento rivolto principalmente al Vescovo di Fossombrone, vice delegato del ducato di Spoleto, che di fatto studiava le tecniche comunicative e manipolatorie dei cerretani, usate per convincere e raggirare gli ingenui credenti.

Il lato positivo della truffa: il teatro

Molti documenti come quello citato furono scritti e diffusi nei secoli a venire per denunciare le attività dei cerretani/ciarlatani, ma non ebbero un grande effetto limitante sulla loro più comuni attività.

Vien da pensare che i Cerretani non facessero solo del “male” in fondo e che una parte di questi documenti fu prodotta proprio per diffamare questo gruppo sociale particolarmente bravo ad arricchirsi sicuramente, a raggirare anche e pure bravo ad inscenare veri e propri spettacoli di mentalismo.

Pietro Andrea Mattioli, nei suoi Discorsi sulla materia medicinale (1544) descrive con malcelata ammirazione una messa in scena in cui i cerretani mostrano di poter mangiare del “veleno senza nocumento”, cioè senza danno, sviando l’attenzione del pubblico dal loro vero obiettivo: forse quello di derubarlo.

Questa descrizione ricorda molto gli spettacoli inscenati da guru e santoni oggi, che millantano miracolose guarigioni davanti a folle di fedeli adoranti. Le loro sparizioni sono altrettanto miracolose quando si tratta di dimostrare scientificamente i metodi di guarigione.

Comunque sia, i cerretani/ciarlatani per queste loro qualità teatrali furono in qualche modo lodati persino da Montesquieu in un suo pensiero:

Al popolo piacciono i ciarlatani perché gli piace il meraviglioso, e le guarigioni rapide hanno del meraviglioso. Se il guaritore empirico e il medico hanno curato entrambi un malato, della sua morte il popolo assolverà l’empirico, che ama, e accuserà il medico.

Un pensiero che può farci riflettere sull’appeal di queste figure anche oggi che i ciarlatani non provengono più solo dal paese di Cerreto, ma agiscono ancora con la stessa naturale abilità negativamente seduttiva.

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