Ad ogni duomo la sua reliquia. A Perugia, precisamente all’interno della sua chiesa principale, cioè San Lorenzo, è custodito un oggetto di culto di prim’ordine. Il venerato amuleto è nientepopodimeno che l’anello della Vergine Maria, meglio ancora l’anello che secondo la leggenda cristiana San Giuseppe avrebbe regalato alla sua sposa.

Il sacro gioiello è conservato all’interno della Cappella di San Giuseppe (per l’appunto), posto dentro una cassa apribile con  sette chiavi, chiusa in una gabbia espugnabile con altre quattro chiavi e incassato in una sorta di armadio a muro posto ad alcuni metri di altezza rispetto alla pavimentazione.

La storia di questa ragguardevole reliquia e soprattutto il percorso che l’ha portata sino al suddetto luogo è di tutto rispetto dato che, come nei migliori racconti in cui mito e realtà si mescolano in un distillato perfetto di avventura e santità, vi sono miscelate battaglie politiche, influenti personaggi storici nonché brama di ricchezze. 

Tutto nasce da un furto. Il santo anello era già santo prima di giungere a Perugia, ed esercitava la sua funzione di reliquia nella città di Chiusi, dove vi arrivò nel X secolo d.C. Il luogo adibito alla custodia del venerabile orpello era la Chiesa di Santa Mustiola (santa che non a caso viene iconograficamente ritratta con la nota fede tra le mani, pendente da una catenella) o almeno così fu sino alla metà del Duecento, quando fu trasferita nella più sicura Chiesa di San Secondiano, visto che, rispetto a Santa Mustiola, era situata all’interno della cerchia muraria della città. Più sicura dunque, ma non abbastanza. 

Arriviamo infatti al momento del ladrocinio, il furto di cui si parlava poco prima. Siamo nell’anno 1473, durante una notte di luglio (sembrerebbe il 23), tale Fra Vinterio, religioso di origine tedesca, grazie ad una copia delle chiavi che permettevano l’apertura del sacello dove era posto l’anello mariano, arraffò il prezioso cerchietto più l’argenteria presente nel luogo sacro e dopo essersi nascosto per alcuni giorni, fuggì dalla città di Chiusi per recarsi fino a Perugia. Grande fu lo sgomento degli altri francescani quando il 3 agosto, giorno dell’ostensione della reliquia non la trovarono più al suo posto. Le ricerche per riprendersi il tesoro iniziarono subito, tanto che due giorni dopo Vinterio fu riacciuffato proprio nel capoluogo umbro, ma per il Santo Anello era ovviamente troppo tardi; il teutonico frate aveva infatti dato l’anello ad un suo amico perugino, Luca di Francesco Giordani, che a sua volta lo donò immediatamente al Comune della città.

Inutile dirlo, si scatenò il finimondo, Chiusi e Perugia, da secoli coinvolte in una diatriba per la dominanza dei territori limitrofi al Trasimeno, si diedero battaglia diplomatica ed economica nel contendersi l’anello. Le due piccole potenze urbane fecero appello anche a Papa Sisto IV, per cercare di decidere le sorti del santo dono nuziale. Purtroppo per Chiusi la risposta non andò a suo favore. Decisi a tentare il tutto per tutto, i chiusini arrivarono a deviare le corrente del fiume Arrone per non alimentare i mulini umbri del contado perugino e addirittura diedero volentieri asilo ai colpevoli di delitto nelle terre di Perugia; i perugini a loro volta rovinarono le strade che portavano nel territorio chiusino così da privarlo delle entrare dovute al pagamento dei pedaggi e sequestrarono i beni che il vescovo di Chiusi aveva a Paciano. Questa guerra, più o meno “diplomatica” durò tredici anni e la vittoria, superfluo dirlo, andò al capoluogo umbro. 

Avere un oggetto così importante e conosciuto portò il Comune ad imbastire immediatamente la giusta “casa” e la ritualità più pertinente per poter sfruttare al meglio il nuovo potenziale giunto tra le mura cittadine. Per quindici anni l’anello sarà custodito all’interno di Palazzo dei Priori, esattamente fino al 31 luglio 1488, giorno del suo trasferimento nella Chiesa di San Lorenzo. 

Una siffatta reliquia richiedeva un corredo artistico di altrettanto valore: fu foggiato un reliquiario d’oro dalle armoniose forme rinascimentali per custodire degnamente l’anello; la costruzione dell’altare della cappella all’interno di San Lorenzo fu affidato all’artista fiorentino Benedetto Buglioni (altare che verrà sostituito a metà Settecento);  venne realizzata la cancellata perimetrale della cappella dagli artigiani Giacomo e Bernardino di Matteo; infine dopo la disdetta del Pintoricchio viene chiamato a realizzare la pala d’altare il notissimo Pietro Vannucci, detto Il Perugino (anche se l’opera verrà sottratta alla città dalle confische napoleoniche alla fine del XVIII secolo, venendo sostituita nell’Ottocento da un dipinto del francese Wicar).

Nel giro di pochi anni furono istituzionalizzate le “ostensioni” annuali ufficiali: il 19 marzo, per la festa di San Giuseppe, patrono della Compagnia di fedeli che si prenderà cura da subito del sacro tesoro ed il 2 e 3 agosto, giorni scelti seconda una studiata pragmaticità riguardo al flusso dei pellegrini. Infatti durante i primi due giorni del mese si svolgeva ad Assisi il Perdono delle indulgenze, le date così scelte per l’esposizione dell’anello portavano molti credenti a deviare il proprio viaggio di ritorno verso Perugia. Perchè prendere una sola benedizione quando se ne possono avere due? Soprattutto se una di queste legava il credente con un filo diretto alla Madre di Cristo.

Nel giro di poco tempo, innestandosi su una serie di credenze già formate durante la permanenza chiusina, si andarono sviluppando anche nel contesto perugino le specificità taumaturgiche del gioiello di Maria. Sembrava infatti che i maggiori beneficiarie dei poteri curativi o lenitivi del talismano fossero le partorienti e chi soffriva di problemi alla vista e agli occhi. I diversi modi per usufruire di tanta benefica potenza comprendevano la vista dell’oggetto, ma specialmente il contatto con esso, che però era quasi impossibile; si ovviava a tale impossibilità con il poter almeno toccare un ulteriore oggetto che fosse stato a sua volta a contatto con l’anello (le cosiddette “reliquie per contatto”) o l’ingerimento di acqua in cui fosse stato immerso l’anello stesso. Su questo tema sono molti interessanti alcune tavolette lignee dipinte, custodite all’interno del Museo del Capitolo della Cattedrale di Perugia, eseguite verosimilmente durante il Seicento, che mostrano le valenze terapeutiche e le modalità di guarigione della reliquia.

Ma nei fatti, da un punto di vista storico e scientifico cosa era ed è il Santo Anello? Ovviamente non è un vero anello nuziale da portare al dito anulare, la cosa era intuibile già osservandone le strane misure: il foro è troppo stretto, mentre il gambo è troppo largo. Secondo gli studi effettuati si potrebbe trattare di un anello-sigillo risalente probabilmente al I secolo d.C. Il manufatto in calcedonio, varietà microcristallina del quarzo, presenta sulla superficie  una piccola cavità in cui probabilmente era alloggiato un ulteriore elemento, ormai andato perduto, l’ipotetico sigillo con cui si “marchiavano” superfici di cera abitualmente usata per la scrittura.

Si può affermare senza essere irriverenti che la reliquia non è autentica, come non lo sono la quasi totalità degli oggetti  di culto esistenti. D’altronde non è nemmeno questo il punto centrale della questione. Gli stessi studiosi di storia delle religioni sottolineano la secondarietà del problema dell’autenticità delle reliquie, per evidenziarne invece la funzione svolta all’interno del tessuto sociale in cui operano. L’attenzione si deve concentrare sulle logiche e gli usi dell’oggetto stesso, espressioni di bisogni reali e sinceri di una comunità. Il possesso di un oggetto sacro rappresentava un patrimonio enorme da più punti di vista; religioso naturalmente, ma anche civile, culturale, economico, andando così a creare una forte componente identitaria nel popolo detentore di tale bene. 

Ancora oggi, venute meno tutte le componenti taumaturgiche delle reliquie a conseguenza del progresso medico-scientifico, rimane forte il loro valore di sostegno psicologico, il servizio alla fede e la capacità di rassicurazione durante i momenti difficile dell’esistere; esse danno serenità al credente, una tranquillità interiore che spesso si traduce anche in un maggior benessere fisico.

Non è una coincidenza se proprio in epoca odierna vi è un nuovo interesse per questi suppellettili miracolosi; dopo il forte impatto della globalizzazione, portatrice tra le altre cose anche di “non valori” dettati dalla supremazia economica e quindi di uno sradicamento degli usi e costumi secolari e delle ideologie storiche, si è creato negli animi un vuoto che a sua volta ha generato un nuovo interesse nei confronti del sacro, in una ricerca della propria interiorità e delle proprie radici che nella nostra cultura passa anche per le pratiche religiose.

 

Articolo basato sulle notizie del testo “Il Santo Anello – leggenda, storia, arte, devozione”, raccolta di ricerche e scritti, voluto dal Comune di Perugia.