Non sempre è necessario cambiar paese, andare lontano, per incontrare personaggi dall’esperienza di vita fuori dalla norma. A volte è sufficiente sfogliare un vecchio libro di storia locale, dalla copertina in tessuto arancione, tutta impolverata, di quelli che si nascondono dietro gli scaffali di famiglia coperti da tomi considerati più importanti. Può capitare durante questa svogliata lettura di incontrare un nome curioso, un soprannome per essere precisi: Cinicchia.

Cinicchia era il nomignolo di famiglia di Nazareno Guglielmi, nato il 30 gennaio 1830, contadino e muratore.

Ma se fosse stato solo questo ci sarebbe poco da raccontare e invece questo Cinicchia, brigante dalla personalità controversa, ne fece veramente di cotte e di crude in Umbria e nelle Marche, tanto da guadagnarsi una nomea da bandito gentiluomo, che molto ricorda Lupin o Robin Hood, con un pizzico di Western all’italiana in stile Billy the Kid.

Il personaggio di Cinicchia, quando lo si conosce più approfonditamente polarizza. Era un criminale senza scrupolo, figlio del brigantaggio dell’Italia post unitaria o un benefattore dalla morale discutibile, ma certamente influenzata dalle convinzioni tipiche della metà dell’800 italiano?

Asalto_de_ladrones - goya - brigante Cinicchia

Da muratore a brigante. La nascita di un fuorilegge

Certo è che Nazareno Guglielmi non fu un brigante per tutta la vita. Lo divenne solo dopo qualche decennio di onesto lavoro nei campi prima e da muratore poi. Tra i primi furti documentati del Cinicchia, nel 1857 – 1859,  e la sua nascita decorrono infatti ben 29 anni i cui dettagli si perdono un po’ nella quotidianità rurale dell’Umbria povera dei primi anni del XIX secolo.

Si può immaginare questo ragazzotto, di bassa statura, come lo descrivono tutte le cronache, darsi da fare tra zolle di terra e raccolti, con il viso impolverato e le mani nodose, in un’Umbria nella quale il tempo veniva scandito non dagli orologi, ma dalle albe, dai tramonti, dalle stagioni. Magari proprio per una stradina sterrata di campagna pose gli occhi per la prima volta su quella che nel 1854 divenne sua moglie: Teresa.

Assieme a quella donna visse i suoi pochi anni da muratore, secondo lavoro onesto prima della fama criminale. Ed è durante questo periodo della sua vita che arrivò il grande cambiamento: l’accusa di furto.

Non si diventa ladri improvvisamente, bisogna averlo pensato, ponderato. Bisogna far sedimentare il crimine nella testa, per necessità o per pura trasgressione. In effetti pochi anni dopo il matrimonio, Nazareno, non ancora bandito, aveva iniziato a frequentare gruppi poco raccomandabili, anche a causa della tremenda crisi occupazionale tipica del XIX secolo. E che fai? Non te lo godi un bicchiere di vino in taverna con gente simpatica, che di storie non legate alla terra, alla fatica, alla miseria, ne ha tante da raccontare?

Si può quindi inserire una piccola attenuante alle azioni criminali poi effettuate di certo da questo personaggio: il bisogno e forse anche una reazione emotiva all’ingiustizia.

Il suo primo crimine fu infatti probabilmente una ruberia mai commessa. Lavorando come manovale alla ricostruzione della casa di un certo Conte Fiumi, fu accusato di aver preso, dalle riserve alimentari dell’abitazione, un prosciutto di proprietà del nobile.

Se nella modernità il misfatto sembra di poco conto, al tempo non lo era: il prosciutto e i prodotti carnei erano alimenti ricchi, e di grande valore.

L’accusa portò Nazareno in carcere. Fu qui, si dice, che avvenne il grande cambiamento identitario di questo personaggio: meditò vendetta contro il Conte Fiumi e contro il compagno che lo aveva accusato, causandogli tanta vergogna.

Uscito di prigione (si deve dire, non ne fece molta) si unì ad una banda di ladri marchigiani, iniziando la sua vita da brigante.

Ma il mito non era ancora nato. Il Guglielmi era solo un semplice bandito da manuale, un piccolo criminale dal carattere irascibile e prorompente, ma senza grande potere.

Fu messo più volte in gattabuia per piccoli borseggi e ladronate, ad esempio, il furto violento di una cavalla di razza ad un certo Bernardino Costarelli, vicino ad Assisi, in una località dal nome vagamente western: Costa di Trex.

Passò anche parecchio tempo nella prigione di Ancona. Ma dalla prigione, come un Lupin dall’accento umbro, riuscì sempre a scappare con vivido ingegno.

Tra furti e galanterie

Il mito vero e proprio di Cinicchia iniziò il 31 maggio 1860, anno del salto di qualità. La sera di quel giorno, mentre a Palermo avveniva il noto saccheggio del Banco di Sicilia da parte dei Garibaldini, anche il bandito umbro, assieme alla sua banda di compagni di regione e marchigiani, portò a segno il primo colpo di grande rilievo assaltando una diligenza da Roma diretta nelle Marche sulla salita delle Casenuove.

Quella sera Cinicchia e i suoi erano armati fino ai denti: non sappiamo di preciso con quali armamenti, ma è bello provare a immaginare. L’iconografia tipica del brigante di quegli anni lo rappresenta armato con doppiette da caccia, pistole ad avancarica, molte armi ex borboniche “riciclate” e alcune pistole sottratte ai nemici, alla legge.

Ad esempio, l’Arma dei Carabinieri Reali portava revolver a retrocarica francesi a marchio Lefaucheux, il loro inventore.

E allora visualizziamolo questo bandito. Quasi come un eroe negativo di uno spaghetti western ambientato in Umbria, agile e svelto fermò la diligenza, con sguardo freddo e sicuro. Fece un cenno con il capo ai propri scagnozzi, che circondarono il mezzo e mostrarono le armi, poi intimò  a tutti i passeggeri di consegnare “preziosi e denaro…o la vita”.

Naturalmente tutto questo è finzione, è immaginario, ma le cronache veramente descrivono il Cinicchia come un personaggio, sia nelle fantasiose dinamiche dei propri furti che nell’etica adottata per eseguirli o…non eseguirli.

Dal 1860 al 1864 furono moltissimi i furti documentati effettuati dalla sua banda in tutta l’Umbria.

A Orvieto, a Spello, a Brufa, ovunque razziarono il possibile, denaro, preziosi e cibo, scomparendo poi nuovamente nelle foreste umbre, al tempo ancora foltissime ed impenetrabili, per tornare nei numerosi covi di proprietà del bandito.

Alcuni nomi dei derubati? Geltrude Savi vedova Bitti, Vincenzo Maria Toschi Mosca, marchese, persino gli ufficiali del 54° Reggimento Fanteria, derubati in viaggio assieme ad alcuni componenti dell’alto clero nel 1862.  Tutte persone ricche, e non solo perché naturalmente valevano maggiormente il rischio.

C’è in effetti una cosa che Nazareno non voleva: che i propri tirapiedi sottraessero beni e soldi ai poveri.

Si narra che una volta un contadino di nome Mancinelli, di una località nei pressi di Spello, Vallegloria,  fu derubato di un vomere di aratro. Cinicchia fece restituire alla propria banda la refurtiva, dopo averli rimproverati con la frase: “Adesso come lavora quel poveretto e che mangia ?”.

E’ soprattutto grazie a questa specie di etica del sacco che Cinicchia si vide attribuita la fama di ladro gentiluomo già in vita. Ma non solo. Anche l’atteggiamento del bandito era curiosamente galante.

Una volta, ad Assisi, entrò in un’osteria detta “La Pallotta” per godere di un rapido quarto di vino. Nello stesso momento entrarono nel locale due Carabinieri Reali, i quali lo stavano proprio cercando.

Ci si aspetterebbe l’inizio di una rissa in perfetto stile Bud Spencer, con cazzotti, testate e calci lanciati in tutte le direzioni. Ma il Cinicchia non era un energumeno possente: aveva potere, autorità e metteva paura, ma per l’appunto era “un signore”, detto con l’accezione pomposa e rispettosa tipica dell’800.

Il bandito non mostrò la propria forza ai due rappresentanti della legge. Si limitò a non farsi vedere e a pagargli il pranzo, facendo solo sapere in seguito che proprio lui aveva saldato il conto.

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Il Cinicchia violento e omicida

Vi è un lato profondamente oscuro nella figura di Nazareno Guglielmi. Si, era un ladro dai modi cortesi con un codice di comportamento profondamente marcato, ma non si faceva alcuno scrupolo a praticare la violenza fisica, truculenta e in caso di necessità, anche l’omicidio.

L’episodio più eclatante e rappresentativo di questa propensione alle botte è quello dell’uccisione di Domenico Guglielmi. Un cognome familiare, vero?

Certo, perché Domenico era il fratello del Cinicchia e fu ucciso freddamente, in pubblico e senza sotterfugi, in nome dell’onore.

Cosa aveva fatto per aver offeso così gravemente la virtù ed il rispetto del familiare?

Aveva una relazione extraconiugale con la moglie di Nazareno e dato che l’uomo era più fuori che dentro la casa coniugale, solitamente intento a derubare questo o quell’altro ricco, spesso Domenico condivideva con Teresa letto, vitto e soprattutto soldi inviati dal bandito a casa per il sostentamento della propria famiglia.

Il racconto del delitto è semplice quanto drammatico. Un giorno l’amante di Teresa era intento a lavorare con altri operai alla costruzione della ferrovia Roma-Ancona.

Molte voci giravano sulla sua presunta, ma oggi sappiamo reale, storia con la moglie del Cinicchia, perciò all’arrivo del brigante in cantiere Domenico non si sorprese della sua espressione truce e profondamente scossa.

Sarebbe stato strano il contrario, ma, probabilmente per attaccamento alla vita e al concetto del legame di famiglia, non pensò di dover temere per la propria pelle. Magari immaginò di dover affrontare un duello, una rissa, una discussione: nessuna delle tre però piacevole. Tentò quindi di evitarle mostrandosi aperto ed amichevole all’arrivo del fratello e tentando un abbraccio e un bacio. Forse un po’ viscidi e ridicoli, data la situazione.

Cinicchia, furente, dicono i racconti, lo pugnalò con un colpo secco e preciso dritto al cuore. «Ora vatti a godere i miei soldi all’inferno…», sibilò con voce roca all’orecchio del morente.

Il sangue di famiglia può scorrere anche di fronte ad una folla di operai attoniti se sei uno dei banditi più temuti della regione, vivi nel 1800 e ti hanno derubato del corpo della moglie, tua proprietà per concezione, e del denaro, anche quello di tua proprietà.

Durante la seconda metà del ‘900, fino al 1981, l’articolo 587 del codice penale italiano avrebbe chiamato questa uccisione “delitto d’onore”.

Ma nella seconda metà del XIX secolo non serviva per forza dare una definizione legale: i testimoni si limitarono a guardare, a far finta di niente e a far viaggiare di bocca in bocca, ancora una volta, il racconto dell’avvenimento, infiocchettato di particolari spaventosi e delle frasi: “Mai mettersi contro Cinicchia. E’ un gentiluomo ma sa uccidere. Di Cinicchia bisogna aver paura e portare rispetto”.

Cinicchia - immagine di copertina - Real Umbria

Cinicchia: destinazione Sud America

Se sei un criminale e vivi abbastanza per accumulare una fortuna due sono i possibili sbocchi della tua vita nel XIX secolo, anzi tre: o muori, o finisci in carcere, che in un certo senso è come morire, o scappi. Il Cinicchia sapeva chi era e come girava quel mondo.

Nel 1864 Nazareno Guglielmi era un uomo talmente affermato e temuto da non doversi neanche muovere per effettuare le proprie ruberie. Era quello che oggi si potrebbe definire un mandate, un capo banda.

A volte le sue rapine cominciavano con un biglietto consegnato da altri: “Sono Guglielmi Nazareno, detto Cinicchia”. Lui non era lì, ma tanto un messaggio bastava per incutere timore e permettere il liscio scorrere del reato.

Ma a non far niente magari ci si annoia. E si comincia a voler fare un salto di qualità ulteriore. Il potere dopotutto vuole sempre più potere.

E allora, nell’ottobre 1864 Cinicchia e una parte della sua banda, una dozzina di scagnozzi ben armati, assaltarono una carrozza su una strada sassosa da Foligno diretta a Nocera Umbra.

Era la diligenza di Francesco Squanquerillo, cassiere della società Jork. A nulla servì la resistenza del lanceri a protezione della cassaforte trasportata nel viaggio. La banda riuscì ad accaparrarsi tra spari, sangue ed intimidazioni, un bottino di 150.000 lire tutte in monete d’oro, oggi equivalenti a 760.743, 99 euro. Per essere precisi.

Il furto fu troppo grande, un’onta inaccettabile per la società Jork, e nella regione coperta dalle razzie della banda scattò la caccia al bandito.

Cinicchia non lo presero mai. Al momento più opportuno riuscì a tirare fuori anche un lato che si potrebbe definire infame. Vedendosela decisamente brutta capì subito di dover scappare ed abbandonò la propria banda al suo destino. Prese  i soldi e scappò.

Il Dottor Ruggero Guerrieri racconta in una testimonianza rilasciata ad un quotidiano di una sessantina di anni fa, la fuga del brigante, con le parole da lui direttamente riferite.

Cinicchia fuggì dall’Italia grazie ad un passaporto falso, intestato a nome Rossi, un cognome fra i più comuni in Italia, oggi come allora.

Gli era stato procurato da una “concittadina, cameriera di un Cardinale a Roma”. Animo gitano, abitante di ogni luogo dove vi fosse terra, fuggì a Marsiglia, poi in Brasile, fino a stabilirsi, dopo altre avventure sudamericane, a Buenos Aires.

Lì, ricominciò a fare il muratore, costruendo piccole case che poi affittava o rivendeva.

Forse Nazareno, non più bandito, non più Cinicchia pensò a quei dieci anni della sua vita come ad un semplice periodo violento dell’esistenza e sentendosi placato, privato della rabbia e della miseria, tornò ad essere un uomo nella norma, noto per il proprio passato, si, ma come una rock star in pensione, ben lontana dalle classifiche internazionali.

Gli fu assegnata una condanna a 30 anni postuma solo nel 2013 a Perugia, ma lui, intento a godersi le calde atmosfere sud americane, non lo seppe mai.