Prendiamo uno dei più importanti letterati italiani del Novecento, uniamolo ad un clima intellettuale stimolante e aggiungiamo un passato storico ricco di spunti narrativi e tragici; questa ricetta avrebbe dovuto dar vita ad un’opera teatrale potenzialmente folgorante.

La storia che cercheremo di narrare è la genesi mai conclusa e chissà, forse mai nemmeno iniziata, dell’Atalanta  Baglioni, un testo nato nella prolifica mente di Gabriele D’Annunzio, basato sulla rilettura della figura di Atalanta,  nobildonna della famosa casata perugina che ebbe i suoi maggiori fasti tra Quattro e Cinquecento.

Partiamo dall’antefatto o per meglio dire dal contesto da cui tutto ebbe inizio. Dopo l’unità d’Italia il passato storico dell’Umbria viene rivalutato ed esaltato, in particolar modo l’occhio cade in quel periodo che va dal XIV al XVI secolo, anni che raccontano la regione come una terra mistica e battagliera. Aumentano così gli studi scientifici sul tema e di conseguenza aumenta il turismo dei letterati e degli storici verso questa terra tanto decantata. 

Proprio tra i letterati uno dei grandi sedotti fu D’Annunzio, che riverserà tale fascinazione nelle sue Le Città del Silenzio. Queste sono un insieme di sonetti dedicati a svariate città italiane contenuti in Elettra, il secondo libro della raccolta delle Laudi.  Tra gli antichi poli urbani descritti ben 9 sono umbri: Perugia, Assisi, Spoleto, Gubbio, Spello, Montefalco, Narni, Todi, Orvieto. 

L’intento del vate è quello di esaltare, attraverso la rievocazioni di gloriose vicende belliche e dei grandi esempi di talento artistico, i valori della civiltà rinascimentale, così da stimolare l’Italia a lui contemporanea a trarne la spinta per una nuova rinascita, un’Italia che egli vedeva allora in piena crisi morale, politica e sociale.

Per molte delle Città sopra elencate furono per lo più i supporti libreschi a dare la giusta suggestione al poeta nello stendere gli evocativi versi, ma tra i motivi ispiratori ci fu sicuramente anche il viaggio fatto ad Assisi nel 1897, gita svoltasi in compagnia di Eleonora Duse e dell’amico Angelo Conti, dove lo scrittore avvertì una forte connessione tra la natura del paesaggio ed il misticismo che veniva dalla figura e dalla storia del famosissimo santo legato alla cittadina.

Altro forte stimolo verso le terre e il passato dell’Umbria, fu l’amicizia con il letterato tudertino Annibale Tenneroni, studioso di Jacopone da Todi e della letteratura delle origini. Il rapporto iniziato a Roma nel 1885 rimarrà saldo e duraturo, tanto che il matrimonio del Teneroni fu deciso per volontà dallo stesso D’annunzio. 

Dei diciotto sonetti dedicati ai borghi umbri, ben otto sono incentrati su Perugia o come viene definita sulla “maschia Peroscia”, urbe di cui il poeta si proclamò “figlio”, anche se, fatto singolare, al momento della stesura dei sonetti il letterato non era mai stato nel capoluogo di regione. Metterà piede nella terra del grifo solo nella primavera del 1904. Non si sa nulla del suo soggiorno, sennonché prese dei contatti per l’affitto di una villa in cui avrebbe scritto una nuova tragedia di argomento perugino…

Qui entra in scena un altro importante personaggio, Romeo Adriano Gallenga Stuart. Nato a Roma, figlio del piemontese Romeo Gallenga senior e dell’inglese Mary, nobile figlia di un noto letterato, divenne perugino di adozione. Laureato in lettere, fu sin da ragazzo un ammiratore del vate, tanto da inviargli una copia della sua tesi di laurea nel 1902. Da qui in poi iniziarono sia i loro incontri che un nutrito scambio di carteggi ed è proprio grazie a questi che sappiamo che, a Gallenga, D’Annunzio disse di voler affittare una sontuosa abitazione dove poter completare la stesura di un’opera teatrale imperniata sulla figura di Atalanta Baglioni.

L’enorme documentazione sulla storia e sull’arte perugina acquisita dal letterato e poi confluita nei sonetti delle Città del Silenzio (riunite nelle Laudi nel 1903, ma precedentemente pubblicate nella rivista Nuova Antologia tra il 1899 e il 1903) aveva dunque come scopo la stesura di una tragedia basata sulla figura della dama perugina, madre del famoso Grifonetto, che dopo aver ordito la congiura delle “nozze di sangue”, venne ucciso dai soldati dello zio Giovan Paolo per vendetta.

Sulla genesi di quest’opera fantasma probabilmente ebbe un suo ruolo anche lo scrittore Romain Roland, amico e stimatore di D’Annunzio fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, quando la loro frequentazione venne di colpo troncata per ovvi dissidi ideologici. Anche lo scrittore francese venne ispirato nella sua produzione letteraria dalla nostra storia rinascimentale; in particolar modo è interessante, all’interno di questo discorso, l’opera mai pubblicata Les Baglioni. I due scrittori si frequentarono negli anni di passaggio tra Otto e Novecento e si può giustamente pensare che il loro scambio intellettuale abbia corroborato alla nascita del progetto dannunziano.

Il primo annuncio del fantomatico dramma si ha nel 1901, sulle pagine del Giornale d’Italia; in un articolo sull’imminente rappresentazione della Francesca da Rimini il poeta dichiarava l’intenzione di realizzare altri lavori simili, tra cui per l’appunto l’Atalanta. Le testate giornalistiche continuano a  parlare di questa ipotetica stesura anche nel 1904, ma ancora nulla di fatto. 

Due anni dopo, sulle pagine del Caffaro, D’Annunzio riprende il progetto ma con l’intento di trasformarlo in un libretto d’opera, che sarebbe dovuto essere musicato nientepopodimeno che da  Puccini. Sembra però che l’accordo trai due non andò a buon fine tanto da far tornare il poeta sui suoi passi e riprendere nuovamente l’idea di un’opera per il teatro. Bisognerà attendere il 1922 per trovare di nuovo dichiarazioni sull’Atalanta; pare infatti che la tragedia sarebbe stata interpretata dall’allora famosa compagnia teatrale di Dario Niccodemi. Naturalmente, anche sta volta, di tale messa in scena non ve ne fu traccia.

Durante un incontro avvenuto al Vittoriale nel 1924 con l’amico assisiate Arnaldo Fortini (avvocato e studioso appassionato della figura di San Francesco), D’Annunzio confida di nuovo il desiderio di questa stesura. Il vate gli dichiara che, grazie alle sue ricerche storiche e bibliografiche, aveva tracciato un profilo di Atalanta differente da quello mostrato dalla storiografia ufficiale: la donna pia e nobile d’animo cedeva il passo ad una figura tormentata dal sentimento incestuoso verso il figlio (tema spesso toccato dallo scrittore). Il poeta, dopo aver esposto la trama al Fortini, aggiunse che il personaggio di Atalanta sarebbe stato interpretato dalla Duse e disse anche di aver già scritto il primo dei cinque atti previsti. Il testo tanto declamato però non è mai stato (almeno fin’ora) ravvisato tra gli scritti originali dell’intellettuale pescarese.

Insomma, della tanto pubblicizzata opera, al di là delle svariate dichiarazioni, non se ne fece nulla e vista la mancanza di prove scritte, non è nemmeno certo che sia stata iniziata, chissà che non fosse un insieme di bugie “bianche” partorite dall’intelletto dello scrittore, magari un’idea che ha continuato a vagheggiare nella sua mente senza trovare mai una forma concreta. 

Rimane comunque indiscusso il polverone che gravitò intorno alla vicenda e soprattutto il dichiarato interesse di D’Annunzio nei confronti del passato storico umbro. Un amore che vedeva le sue radici addirittura nella capitale di fine Ottocento, quando si andava affermando la corrente artistico-letteraria del Neorinascimentalismo che, ricollegandosi ai saggi di due enormi intellettuali quali Walter Pater e John Ruskin, alle tendenze tardo-preraffaellite, oltre che al movimento francese della “Renassance Latine”, tese a celebrare il mito dell’età aurea italiana. 

Ultimo ma non meno importante motivo di fascinazione per il poeta fu, probabilmente, la connessione della vicenda dei Baglioni con una figura cardine della gloria artistica del Rinascimento italiano, il genio universale di Raffaello. Non solo entrò in contatto con la nobile casata perugina, ma le sue vicende si intrecciarono direttamente con quelle di Atalanta. Proprio per volontà di quest’ultima, il noto pittore diede vita alla Deposizione Baglioni (1507), da lei espressamente richiesta per onorare la morte del figlio Grifonetto. Il dipinto, che è un continuo richiamo simbolico ai nefasti accadimenti della stirpe baglionesca, avrà indubbiamente agito da stimolo e da fonte per l’ideazione del mai realizzato dramma.

La fonte dell’articolo è il testo di Maurizio Pistelli Il “Divino Testimonio”, D’Annunzio e il mito dell’eroica Rinascenza, 1995, Mucchi Editore.